UCTAT Newsletter n.89 – maggio 2026
di Fabrizio Schiaffonati
Negli ultimi anni l’innovazione tecnologica ha preso una impensabile velocità. Non che non si fosse a conoscenza del suo ruolo rivoluzionario, che già nel 1942 Joseph Schumpeter aveva analizzato in Capitalismo, Socialismo, Democrazia, ma si pensava che la distopia di George Orwell in 1984 fosse destinata più alla fantascienza, ma così non è stato.
Il nuovo millennio ci ha messo pertanto di fronte a una realtà dove la tecnologia, con la velocità d’un baleno, sta cambiando ogni giorno le modalità di vita, trasformandosi da servizio ad un vero e proprio deus ex machina. Un cambiamento epocale a fronte del quale già Emanuele Severino, in Il destino della tecnica, si era posto inquietantiinterrogativi.
L’Intelligenza Artificiale arriva con un balzo e non so quanto possa essere paragonata alle rivoluzioni tecnologiche precedenti. E non è possibile “staccare la spina”, come indicava Marshall McLuhan, per tutelare la nostra integrità, perché oggi il digitale è inscindibile dal funzionamento delle istituzioni e delle nostre vite. Un cambiamento che diventa quindi anche esistenziale e antropologico.
Per questo il dibattito sulla IA sta attraversando tutti i saperi e il dibattito politico per questa nuova arma nello scenario geopolitico.
Della IA nel merito dei suoi aspetti ingegneristici, senza i cui rudimenti è impossibile entrare negli algoritmi delle sue logiche, sono del tutto a digiuno.
Mi sento disorientato, e non a caso mi è tornato alla mente il dialogo tra Galileo e frate Fulgenzio in Vita di Galileo di Bertolt Brecht, che vidi al Piccolo Teatro nel lontano 1963 quando per la prima volta fu rappresentato in Italia. Fulgenzio diceva dello sgomento dei suoi vecchi genitori nell’apprendere che la terra gira attorno al sole, e non viceversa come sempre avevano pensato. Nella mia mente mi si rappresentano come i due contadini nel famoso quadro di Millet a pregare nel tramonto dell’Angelus.
Non che il tema delle “macchine pensanti” mi fosse del tutto estraneo, per aver letto la tesi di filosofia di mia figlia Viola con relatori Giulio Giorello della Statale e Marco Somalvico del Politecnico. La sua tesi andava anche ai primordi di duemila anni prima quando la filosofia si era già posta il problema, fino ad arrivare a Alan Turing ed oltre. Per altro da quella prima infarinatura, con Viola ora docente rara avis ad Ingegneria del Politecnico, sono riuscito ad avanzare ben poco, seppur leggendo qualche suo libro. Probabilmente anche per la mia resistenza di architetto con la matita in mano, che vede nel progetto ancora gradi di libertà rispetto all’imperante tecnologia, anche se con la consapevolezza che anche lì tutto sta cambiando.
Non più tardi di un mese fa mi è arrivato, direttamente dall’autore Roberto Re, il preprint del libro Appunti di un ingegnere curioso. E all’apice, il caos?
Ho incominciato subito a leggerlo per averne una idea, come al solito saltando qua e là e rimandando una attenta lettura. Ma così non è stato perché le pagine scorrevano veloci, prendendomi e fornendomi rudimenti per entrare nel mondo della IA, non come i superficiali approcci giornalistici, per la competenza dell’autore derivata anche dalla sua professione nella gestione delle strutture informatiche di importanti istituzioni, nonché di membro del Consiglio dell’Ordine degli ingegneri di Milano attivo in commissioni su diversi aspetti delle innovazioni tecnologiche in atto.
Dopo quella visione sullo smart phone, seguirà quindi una rilettura della pubblicazione cartacea. Così potrò fare sottolineature, soffermarmi su passaggi, zoomare su acronimi e dettagli tecnici che vi compaiono; anche se l’attenzione di Roberto Re è stata di spiegarne i significati, cosa non sempre facile ma che a lui è propedeuticamente riuscita.
Non entro quindi nel merito del libro, anche per non incorrere in svarioni su aspetti non di mia competenza, ma dico cosa che mi ha colpito e perché lo consiglio caldamente a chi come me, siamo la gran parte, vuole capire cosa sta accadendo come già negli anni Settanta aveva detto il Nobel Paul Samuelson dell’effetto pervasivo del potere dei media al punto da far apparire eventi immaginari e virtuali come reali.
In primo luogo la chiarezza divulgativa di problemi dai contenuti scientifici non facili, in una fase in cui la divaricazione tra cultura umanistica e cultura scientifica è andata rapidamente aumentando con innumerevoli specialismi e tecnicismi. Una chiarezza, aggiungo, senza alcuna banalizzazione o giudizi morali e ideologici in cui spesso anche gli studiosi si avventurano pensando che il loro sapere li autorizzi a farsi predicatori di catastrofi o di sorti progressive.
Roberto Re assume la postura del ricercatore, che prima di tutto osserva il fenomeno, poi lo analizza e se riesce ne estrae una regola, con l’approccio galileiano e ancor più newtoniano. Quindi non tolemaico come tanti che pensando di essere nel giusto s’impancano.
Un altro aspetto del libro, come struttura argomentativa, è desumere gli effetti dell’Intelligenza Artificiale sui rapporti che intercorrono con la operatività e la sensibilità dei fruitori. E in che modo? Nella forma di quesiti a cui tutti sono in grado di rispondere a partire dalle esperienze lavorative dove il ruolo della IA influenza direttamente i propri comportamenti. Qui emergono acute osservazioni di come, in questa imperante tecnologia non da rifiutare in un rinnovato luddismo, si possono trovare varchi in cui l’intelligenza umana può essere esiziale per un suo uso consapevole.
Vengo ora a un’ultima annotazione, l’espediente letterario di una figura femminile, alla quale è dedicato il libro, che affiora nel corso della narrazione, che ci riporta ai sentimenti della vita. Non aggiungo altro perché il lettore attento potrà capire chi realmente è questa persona.
Per ciò ho pensato di mettere questa nota sul libro di Un ingegnere curioso, a premessa di questa newsletter dal titolo Nella città digitale.

