UCTAT Newsletter n.93 – ottobre 2026
di Luca Marescotti
Milano città aperta, è già l’espressione di un obiettivo radicale per obbligarci a ripensare la lunga strada percorsa nel passato, che ha portato ricchezza e fama, e riprendere oggi quella vecchia impronta del passato, quando era una città in crescita, che richiamava attività artigianale industriali e soprattutto mano d’opera, negli anni sempre più qualificata. Si cantava già prima della guerra quell’orgoglio milanese di città operosa “Lassa pur ch’el mond el disa (ma Milan l’è on gran Milan).”
Milano città aperta significa la priorità nel ricostruire un’etica del governo del territorio, capace di dialogare con i Municipi, dando a loro la dignità che meritano, nel farne spazi liberi di ascolto della cittadinanza. Ascoltare e sapere ascoltare le necessità delle imprese e dei cittadini: questa è la democrazia. Non va svilita in un’interpretazione burocratica.
L’edizione milanese de La Repubblica pubblica due pagine che mettono assieme L’appello delle aziende al futuro sindaco “Costruire nuove case”, Oggi il 12% del Pil in Lombardia arriva dai migranti, Le tende degli studenti nel cuore di Porta Nuova “L’università è un diritto”[1].
Avrei voluto leggere un altro titolo: La nuova strategia per la casa. Una risposta articolata tra edilizia e urbanistica per rispondere alle esigenze delle famiglie milanesi, dei lavoratori immigrati e degli studenti con un piano articolato di affitti controllati e di nuovi alloggi. Ormai l’urbanistica e il riformismo sono parole dell’utopia e non più della politica. Le nuove case sono reclamate dalle imprese. I cittadini contano ancora?
Bisogna reagire alle forze che hanno mantenuto separate nella prassi urbanistica le diverso istanze della pianificazione da quelle ben esplorate nel passato a quelle più recenti, spesso messe nei programmi, ma raramente portate nel processo di pianificazione. Il governo del territorio significa governare il patrimonio edilizio, i trasporti e il traffico, i servizi pubblici, la qualità dell’aria e dell’ambiente, i flussi energetici, il metabolismo urbano, l’economia circolare. Devono essere parti di uno stesso approccio culturale, di uno stesso pianificare.
Basta cercare in rete informazioni sulle nuove frontiere nel governo della città o sui rapporti tra città e pianificazione ecologica, magari ripetendo le ricerche in inglese, francese o tedesco, giusto per farsi un’idea delle possibili declinazioni di urbanistica che servano oggi al governo di una città che voglia presentarsi come ecologica e inclusiva. Se poi si passasse all’intelligenza artificiale sommando i contributi che possono dare ChatGPT, Claude, la AI di Google o il Search Assist di DuckDuckgo per avere un’ampia gamma di indirizzi per affrontare un’urbanistica nuova che integri tutela ambientale ed ecologica, valorizzazione del patrimonio architettonico e fabbisogni sociali in modo concreto.
Abbiamo bisogno di una politica che dichiari e realizzi la volontà di farlo, che abbia la volontà di costruire un linguaggio comune per confrontarsi con i cittadini e con le discipline necessarie alla conoscenza del fenomeno urbano e alla sua pianificazione. Tuttavia, riflettiamo: le risposte dell’intelligenza artificiale derivano dall’uso dei Large Language Model (LLM), con cui vengono metabolizzate e riproposte conoscenze artificiali costruita su documenti umani, cioè proprio sui nostri scritti. Riflettono noi stessi. Questo non dimentichiamolo.
Dunque, sono cose note, ben note e metabolizzate.
Credo che si debba costruire questo nuovo senso comune del governare. Quel termine “oggi” scritto tra virgolette diviene la chiave di volta per il futuro: le complessità che oggi emergono e si mostrano nelle diverse organizzazioni territoriali dell’urbano. Questa è la sfida.
L’accento non è sull’autorità che decide e che si lamenta perché vorrebbe decidere, ma non può. Il dialogo con la popolazione o i suoi rappresentanti è messo in discussione perché costa tempo e fatica, e a volte può rivelarsi frustrante nell’incomprensione. Bisogna riportare l’accento sull’esercizio di un’attività richiesta dalla democrazia e dalla Costituzione: governare il territorio per trovare l’equilibrio tra istanze sociali e istanze delle imprese per mantenere e ravvivare un governo della cittadinanza, dalla cittadinanza, per la cittadinanza.
Spero sia chiaro, che non si tratta di un’assonanza ma di una citazione ben precisa: il discorso di Lincoln a Gettysburg, con l’appello a un lavoro comune affinché il: “governo del popolo, dal popolo, per il popolo, non scompaia dalla terra”.
Questo non è retorica vecchia e insulsa, qui si parla del domani di Milano, del rapporto tra la città ricca ed esclusiva, non inclusiva, e il resto della popolazione. Quale prezzo siamo disposti a pagare per questa città in termini di impegno, di democrazia e di risposta ai cittadini? In termini di capitale sociale? Di costruzione politica del consenso? Di contenimento dell’astensionismo?
Trovare un linguaggio comune per confrontarsi è possibile, ma richieda un doppio sforzo: verso la cittadinanza e verso gli esperti delle diverse discipline che concorrono a interpretare “oggi” il fenomeno urbano e l’organizzazione territoriale, perché esiste la Città Metropolitana e la Regione Lombardia oltre ad altre zone circostanti che concorrono alla stessa economia.
Richiede anche tempo, questa è la sfida. Come diceva Alexander Langer “Lentius, profundius, suavius“. Ecco così vanno affrontati i problemi territoriali, ma sono i tempi della saggezza e la politica a volte vuole correre troppo in fretta, e libera.

[1] I tre articoli sono rispettivamente di Alessandra Corica, Zita Dazzi, Tiziana De Gregorio, Milano, La Repubblica, pp. 2-3, 13 ottobre 2026.
