UCTAT Newsletter n.89 – maggio 2026
di Angelo Rabuffetti
Renzo Piano: “A volte quando si parla di bellezza sembra che si confonda come di una cosa frivola. Non è così. Per bellezza si intende un concetto primario che ha a che fare con la natura umana, con la scienza, con la solidarietà e con la pietà. Gli antichi greci sono stati i primi conoscitori e valorizzatori della bellezza sia quella costruita che quella naturale senza l’intervento modificante dell’uomo”.
Lunedì 11 maggio 2026 Renzo Piano è venuto al Politecnico di Milano dove ha illustrato al Presidente Mattarella la sua fondazione. In quella occasione ha avuto modo di esporre il suo pensiero in particolare riguardo al rammendo delle periferie e alla potenziale bellezza che esse esprimono ma sono celate da senso di indifferenza e insofferenza: “c’è bisogno di portare bellezza nelle periferie!”. Il Presidente Mattarella ha confermato il suo pensiero: “La bellezza è il parametro della vita …. c’è differenza tra un bel progetto e uno brutto… e l’obiettivo è la bellezza della convivenza!”.
Nell’attuale scenario architettonico, che può essere definito arido (povero) o anche autoreferenziale, le parole di Renzo Piano risuonano come un necessario richiamo all’ordine ontologico. Affermare che la bellezza non sia “frivola” non è un esercizio di retorica, ma una vera dichiarazione di guerra contro lo spazio costruito in modo superficiale e banale.
Per Renzo Piano, la bellezza non è la pelle dell’edificio; è il suo scheletro morale ovvero la sua anima. Egli suggerisce che la bellezza sia una categoria della conoscenza. Non risiede nel decoro, ma nella precisione. Inoltre quando cita la scienza, si riferisce alla bellezza della struttura che risponde correttamente alle leggi della fisica. Un ponte che sfida la gravità con la minima quantità di materiale possibile non è solo efficiente: è bello perché è semplicemente giusto.
Questa visione si articola su pilastri fondamentali. Per esempio la radice greca dove gli antichi greci non separavano il “bello” dal “buono”. Un oggetto ben fatto è di per sé anche etico. Il riferimento di Piano alla natura “senza l’intervento modificante dell’uomo” evoca il concetto che l’architettura non deve dominare, ma interpretare.
Inoltre “Solidarietà e Pietà” dove l’architettura si avvicina ai bisogni dell’uomo. Se la bellezza è un diritto primario, allora la sua assenza nelle periferie o nei luoghi del dolore è una forma di ingiustizia sociale. Progettare un ospedale o una scuola “bella” significa avere “pietà”, nel senso di rispetto e devozione, per la dignità di chi è costretto, suo malgrado, a frequentarla.
La bellezza non è qualcosa di artificiale ma ha a che fare con la natura umana perché rispecchia i nostri ritmi biologici. La luce naturale, la scelta dei materiali più adatti, la proporzione degli spazi: sono elementi che nutrono il benessere psicofisico. L’equivoco della bellezza come frivolezza nasce dal consumismo estetico, dove il concetto di bellezza è ridotto a “simpatico”, “carino” o “alla moda”. Al contrario, nell’architettura di Renzo Piano, la bellezza è trasparenza, è la capacità dell’edificio di raccontare come è fatto e per chi è stato pensato. “La bellezza è come un iceberg: quello che si vede è solo la punta, ma la sua forza risiede nella massa sommersa fatta di impegno, ricerca, etica e verità costruttiva.”
L’architetto, quindi, ha una responsabilità che trascende il puro e semplice disegno. Inoltre la bellezza è legata alla solidarietà: ogni atto del costruire deve essere un atto di pace e di inclusione. Non costruiamo per stupire l’occhio, ma per ospitare l’anima. In questo senso, la bellezza di cui parla Renzo Piano è l’unica vera risposta alla crisi della modernità: una bellezza che, lungi dall’essere un lusso per pochi, diventa il pane quotidiano per la sopravvivenza della nostra umanità.
Credo tutti concordiamo su un punto fondamentale: l’architettura non è semplicemente l’atto di costruire, ma è pensiero “tradotto in forme e spazio”. È il momento in cui la filosofia incontra la gravità, incontra il tepore e la pace interiore ed esteriore. Il problema non è dove posizionare un pilastro, ma perché quel pilastro debba esistere. In un mondo ossessionato dal “nuovo”, dalla novità a tutti i costi, la vera avanguardia, a mio modesto avviso, è la durata. Dobbiamo tornare a materiali che invecchiano con dignità. Anzi, invecchiando acquistano sapore, valore, saggezza e carisma. Esattamente come un vino pregiato. Un edificio che non sa invecchiare è solo un rifiuto solido in attesa del suo abbandono e di essere smaltito. Se un edificio è tecnicamente perfetto ma esclude la comunità, è un monumento sterile; se è socialmente utile ma tecnicamente fallimentare, è un’architettura destinata al degrado. Ecco che questi due concetti si fondono a formare il “cantiere della bellezza”.
Per Renzo Piano, la scienza non è un freddo calcolo, ma uno strumento di rispetto per il pianeta. La sostenibilità scientifica si traduce in leggerezza e risparmio, ossia progettare strutture che utilizzano solo l’energia e i materiali necessari. È l’estetica della “giusta misura” ma anche il dialogo con gli elementi presenti ossia utilizzare al meglio la luce e l’esposizione, i flussi d’aria, la geotermia non come optional ecologici, ma come elementi generatori della forma. “L’architettura è il gioco sapiente, rigoroso e magnifico dei volumi assemblati sotto la luce…” (Le Corbusier). È da qui che si parte per sviluppare il progetto. È qui che l’edificio diventa un organismo vivente che respira con la natura.
“Le periferie sono la città del futuro, la città che sarà” (Renzo Piano). Portare la qualità del dettaglio architettonico come la cura dei materiali, la gestione della luce, l’impianto urbano migliore nelle periferie significa aumentare esponenzialmente il concetto di bellezza.
L’unione di questi due aspetti, precisione scientifica e impatto sociale, genera il concetto di ricucitura urbana. Non si tratta di demolire e ricostruire, ma di intervenire nel tessuto esistente con piccoli innesti di alta qualità scientifica e profonda utilità sociale. Quando un edificio è progettato con rigore scientifico per durare nel tempo e rispettare l’ambiente, esso diventa automaticamente un atto di solidarietà verso le generazioni future.
Un esempio concreto è Il Centro Chirurgia Pediatrica di Emergency in Uganda dove Renzo Piano applica la scienza utilizzando muri in fango e paglia ad alta inerzia termica e pannelli fotovoltaici a formare un tetto e fonde lo spazio venutosi a creare con la solidarietà cioè un ospedale di eccellenza, e quindi “bello”, a chi non ha nulla. La bellezza qui non è un decoro (una cosa frivola!), è la prova tangibile del rispetto per la dignità umana e per la natura circostante.
Certo che anche Renzo Piano ha avuto momenti evidenti di contraddizione. Mi riferisco in particolare al Beaubourg di Parigi. Ricordo: era il 1977 ed io ho organizzato un viaggio turistico a Parigi proprio in funzione di visitare il rivoluzionario, moderno, affascinante “Centre Pompidou”. L’ho fotografato in ogni suo dettaglio, L’ho ammirato in ogni sua forma l’una diversa dalle altre, l’ho studiato per il suo significato e architettura coraggiosa…
A distanza di quaranta anni quando l’ho rivisto la mia impressione è stata diametralmente opposta! Un impatto urbano più che negativo: un’astronave aliena caduta per sbaglio a Parigi, un “cazzotto” in faccia senza preavviso che mi lascia interdetto per molto tempo, una delusione architettonica che ancora adesso non mi abbandona. Quei tubi a forma di pipa che sembrano sparare veleni e gas tossici agli ignari passanti…
Meglio stare lontani! Quei riflessi argentei intensi dei vetri e della struttura che rimbalzano negli occhi e nei fabbricati d’epoca circostanti proprio stonano, anzi, lasciano l’amaro in bocca…
Non credo sia destinato a durare e a invecchiare con onore e carisma.
