“Quello che gli occhi non vedono”. Imparare a vedere da Gianfranco Berardi

UCTAT Newsletter n.2 – febbraio 2019

di Elena Mussinelli

Lo scorso 7 gennaio, al Piccolo Teatro Studio Melato di Milano, Gianfranco Berardi ha ricevuto – ex aequo con Lino Guanciale – il Premio Ubu quale «miglior attore teatrale» per l’anno 2018.
Il più importante riconoscimento di teatro in Italia, ideato da Franco Quadri nel 1978 e ottenuto in passato da figure prestigiose, quali Carmelo Bene, Piera degli Esposti, Lina Sastri, Giorgio Albertazzi, Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni.
L’interesse per la figura di Gianfranco Berardi va però oltre la significatività del suo impegno di attore.
L’artista tarantino, che con Gabriella Casolari ha fondato nel 2008 la Compagnia Berardi Casolari, si muove sulla scena lasciando il pubblico attonito, e non solo per quello che recita e per come lo recita, ma proprio per come si muove. Come ha scritto Sara Chiappori su La Repubblica il 7 dicembre, Berardi “in scena e fuori, è un fascio di energia a volteggio potenziato, un affabulatore che rompe gli argini” del palcoscenico e dell’opera, rappresentando “l’esistenza, tra sogno e materia. La felicità effettiva e quella percepita. Lo spazio reale, fiabesco, artistico”.
Gianfranco si impossessa dello spazio teatrale con tutto il corpo, lo attraversa più e più volte, lentamente, correndo, saltando nelle diverse direzioni, sfiorando il bordo del palco, misurandone i confini, le distanze, le diagonali. Con una percezione totale, una consapevolezza dello spazio al limite dell’incredibile.
Perché Gianfranco Berardi, che ha perso la vista a 18 anni per una forma di neuropatia ottica, è cieco ma ci vede benissimo, e sa leggere e capire lo spazio che lo circonda meglio di tanti architetti e progettisti del nostro tempo. Per dote e capacità di “resilienza” certamente, ma soprattutto per un lavoro costante e attento di disciplina della propria percezione: «Proprio perché non vedo, non cado. L’inciampo lo percepisco prima».
C’è molto da imparare da Gianfranco, e le sue rappresentazioni possono essere un monito per gli architetti, spesso persi nella sola percezione dell’immagine superficiale degli edifici, senza la molteplicità di uno diverso approccio sensoriale e fruitivo alla complessità del paesaggio, dell’ambiente e dello spazio costruito. Premessa critica ad una modificazione consapevole dei processi di antropizzazione, di cui l’architettura è un aspetto ad alto tasso di irreversibilità.

Immagine da “Il Parco (In)Visibile”, documentario realizzato da Davide Gatti, percorso-racconto nel quale Gianfranco Berardi accompagna lo spettatore alla scoperta del Parco Media Valle Lambro