Urbanisti morti, architetti inutili?

UCTAT Newsletter n.5 – ottobre 2018

Con la presentazione del concorso per lo Scalo Farini contemplato dall’Accordo di Programma, del 22 ottobre presso la Triennale, la fase preliminare all’attuazione fa un passo in avanti. Il concorso si configura in due fasi, la prima per selezionare cinque soggetti (ingegneri e architetti, più vari consulenti), una seconda riservata ai soli cinque per la scelta del vincitore. La prima fase aperta a tutti opera già in modo draconiano limitando nei fatti la possibilità di concorrere solo a gruppi che abbiano realizzato o progettato con merito interventi analoghi, quindi eccezionali per dimensione e caratteristiche. I 30 punti assegnati ai progetti del gruppo uniti ai 35 dei curricula dei componenti del gruppo, diminuisce il peso del documento descrittivo della filosofia progettuale che il gruppo intende perseguire. Documento peraltro estremamente contenuto. Quindi un concorso formalmente aperto, ma di fatto riservatissimo.

Ulteriore aspetto è il significato che viene attribuito al progetto vincitore. “Il Masterplan vincitore sarà il documento orientativo e, dunque, non vincolante (stante il disposto dell’art. 9 dell’ADP), funzionale alla stesura di futuri piani propedeutici alla rigenerazione delle aree”.

In occasione della presentazione del Bando sia l’intervento di Pierfrancesco Maran (Assessore all’Urbanistica di Milano), che di Manfredi Catella (Fondatore e CEO di Coima Sgr che entra nell’operazione con il 10% a seguito dell’acquisto di porzione dello scalo Farini) hanno rimarcato il grado di libertà lasciato agli attuatori rispetto al masterplan risultato vincitore. Ciò solleva una legittima preoccupazione circa il ruolo dell’amministrazione comunale nell’orientare preliminarmente le scelte urbanistiche strategiche, che proprio l’oggetto della stesura dei masterplan.

Se così fosse si potrebbe decretare una sorta di morte dell’urbanistica, ritenendo impossibile per un’amministrazione pubblica introdurre orientamenti diversi dai semplici vincoli volumetrici e dei rapporti tra aree edificate e aree pubbliche. Semplificazione di tale portata che non può non suonare preoccupante perché pur aderendo a criteri di flessibilità per la complessità e l’arco temporale delle grandi trasformazioni urbane, non si condivide che il Comune di Milano, gestore di tutte le procedure autorizzative in materia urbanistica ed edilizia, possa rinunciare a un ruolo così determinante per il futuro della città. Una funzione storicamente fondamentale di visione complessiva, intersettoriale, di rapporto tra città pubblica e interventi privati. Ruolo pubblico della municipalità, ben diverso da quello dell’operatore privato. Morte dell’urbanistica, quindi? E quale l’utilità degli architetti? Sorgono quindi gli interrogativi: che senso aveva sollevare la questione dei concorsi per gli scali ferroviari che ha portato all’inserimento di questa clausola nell’Accordo di Programma, se il risultato è questo?

Non sarebbe stato più logico e coerente con le istanze da più parti espresse in questa occasione, come in molte altre, di nobilitare l’istituto del concorso per la qualità dei progetti, la trasparenza e la concorrenzialità di quanti architetti intendono mettersi in gioco?

E infine: Che fine hanno fatto le oltre 350 firme dell’appello sugli scali ferroviari degli architetti milanesi perché le procedure di attuazione dell’Accordo di Programma contemplassero l’istituto del concorso? Era questa la risposta attesa?