Il verde di cintura nella “Milano 2030”

UCTAT Newsletter n.6 – novembre 2018

di Raffaella Riva

La visione “Milano 2030” ha tra le sue strategie di sviluppo il verde (“Una città green, vivibile e resiliente”, strategie 5 e 6) e l’identità locale (“Una città, 88 quartieri da chiamare per nome”, strategie 7 e 8). Da un lato si pongono la questione ecosistemica del verde urbano, gli aspetti produttivi agricoli del verde di cintura e la resilienza; dall’altro i temi della riconoscibilità e della riappropriazione degli spazi pubblici da parte dei cittadini.

Nei fatti si tratta delle facce di una stessa medaglia, che si riassume nel concetto di paesaggio, nell’accezione che gli attribuisce la Convenzione europea, di una “determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni”. Aspetti complementari che il progetto urbano deve introiettare e sintetizzare, pena la realizzazione di trasformazioni avulse dal sistema locale, nelle quali, nonostante il rispetto di standard quali-quantitativi, la comunità stenta a riconoscersi e di conseguenza non si sente chiamata a partecipare alla loro progettazione, realizzazione e gestione.

Oggi invece le politiche urbane spesso promuovono una gestione disgiunta delle questioni ambientali e culturali. I risultati di questo approccio rischiano di compromettere soprattutto le aree di transito dal paesaggio urbano consolidato alle aree verdi di cintura. In questi contesti di margine, sia in senso fisico sia rispetto alle priorità di finanziamento, lo sviluppo può attuarsi solo nell’ambito di una rinnovata democrazia dei luoghi che necessita di un consenso ampio e di partenariati pubblico-privati partecipati in grado di promuovere azioni di tutela attiva dei valori ambientali ed ecologici di questi territori fragili, valorizzando al tempo stesso gli aspetti testimoniali e culturali del verde di cintura.

Occorre innanzitutto un cambiamento di mentalità e una risposta può venire dall’approccio ecomuseale alla valorizzazione del paesaggio. Gli ecomusei, nati in Francia negli anni ‘70 e oggi diffusi capillarmente in tutto il mondo, “si configurano come processi partecipati di riconoscimento, cura e gestione del patrimonio culturale locale al fine di favorire uno sviluppo sociale, ambientale ed economico sostenibile. […] Gli ecomusei sono percorsi di crescita culturale delle comunità locali, creativi e inclusivi, fondati sulla partecipazione attiva degli abitanti e la collaborazione di enti e associazioni” (dal Preambolo del Documento strategico degli ecomusei italiani, 2016). In Lombardia sono riconosciuti come istituzioni culturali dal 2007 e a Milano è emblematico il caso dell’Ecomuseo Urbano Metropolitano Milano Nord EUMM che opera nell’area di Niguarda e dell’ex Breda con risultati significativi in termini di valorizzazione del paesaggio e di attivazione della comunità locale.

Una analoga istituzione sembra mancare nel sud-est della città che pure conserva ancora i segni del paesaggio storico degli insediamenti rurali e del sistema delle marcite cistercensi, con le emergenze monumentali delle Abbazie di Viboldone, Chiaravalle e Morimondo. Un contesto che esprime elevati valori di paesaggio, anche grazie alla presenza del Parco Agricolo Sud che ha in parte contrastato la pressione antropica, nel quale però sembra mancare la comunità. Un polmone verde per la città metropolitana che solo un coinvolgimento diffuso e una reale partecipazione della collettività può riattivare in termini di riappropriazione sociale e di rinnovata fruibilità.

Ne parla Fabrizio Schiaffonati in Paesaggi milanesi, in uscita per i tipi di Lupetti Edizioni di Comunità.

Ipotesi di ristrutturazione architettonica e funzionale della Stazione di Rogoredo. © UCTAT