UCTAT Newsletter n.91 – luglio 2026
di Paolo Debiaggi
Viviamo un’epoca in cui termini che sembravano dimenticati tornano di attualità nell’agone comunicativo che pervade le nostre vite. Tra questi urbanistica non è più solo argomento per pochi nostalgici specialisti, ma è tornato all’attenzione dei media, dopo le notizie dell’avvio delle prime indagini della magistratura che ne hanno messo nel mirino le modalità di gestione da parte dell’amministrazione milanese. Da allora, le trasformazioni della città di Milano non ci sono state più presentate solo attraverso le abili azioni di marketing urbano per le quali, negli ultimi anni, la collaborazione pubblico-privata ha prodotto visioni entusiastiche della città che sale e che si espande, bensì siamo tornati ad ascoltare termini che pensavamo oramai desueti, come modalità attuative, standard urbanistici, piani esecutivi, oneri di urbanizzazione, convenzioni urbanistiche…
E, come noi cittadini, ne hanno dovuto nuovamente sentire parlare, peraltro piuttosto infastiditi, anche gli amministratori comunali che, insieme ai propri dirigenti apicali, ne avevano già determinato da tempo il superamento, seppellendole a colpi di circolari interpretative. Di fronte all’insistenza con cui la Procura ha messo nel mirino decine e decine di operazioni immobiliari, sospette di aver eluso le norme urbanistiche di base, a fronte di denunce di cittadini che hanno visto crescere torri residenziali nei loro cortili, i nostri amministratori hanno dapprima abbozzato stizzite reazioni, argomentando come norme oramai desuete fossero state ampiamente superate da innovazioni che, seppur confuse, loro hanno brillantemente addomesticato per favorire la rigenerazione della città, salvo poi, dover chinare il capo e ripiegare, mansuetamente, a ripristinare le antiche prassi, pre-semplificazioni, suggerite dalla linea della Procura.
Ciò ha determinato, nella logica dell’agone comunicativo (condizione per cui ogni spazio di vita — digitale, sociale e professionale — è diventato un’arena dove l’espressione, la polarizzazione e il confronto costante hanno sostituito il silenzio e la riflessione, in cui ogni individuo sente la pressione di dover dire e commentare su ogni argomento per provare la propria esistenza) la formazione di blocchi contrapposti di favorevoli e contrari. Da una parte chi denuncia l’invadenza dell’azione della Procura nelle legittime prassi amministrative, dall’altra chi ne esalta la funzione come unico baluardo alla violenza della prassi amministrativa asservita alla sola logica del profitto di pochi a scapito della collettività.
Da qualche settimana il primo procedimento in corso, che riguarda la cosiddetta torre Milano di via Stresa, ha visto la pronuncia del giudizio in primo grado che ha assolto gli imputati, processati per abuso edilizio, in quanto “il fatto non costituisce reato”. Ovviamente l’agone comunicativo si è acceso, secondo la sua logica, ospitando fautori e contrari a questa sentenza, senza neppure averne ancora chiare le motivazioni (non ancora pubblicate).
Da questa newsletter la prassi amministrativa di governo delle trasformazioni urbane della città (descritto anche come “modello Milano”) è stata da molto tempo oggetto di critiche, poste sempre in un’ottica di contributo disciplinare e di sana partecipazione civile, individuandone le pesanti criticità nella parzialità di risultati conseguiti a fronte delle tante emergenze urbane disattese. Per questa ragione non voglio ora riprenderne i temi, ma limitarmi a offrire un contributo di esperienza personale, sperando che possa favorire qualche riflessione, tra i colleghi e non solo, fuori da logiche di fazione, anche in vista delle prossime elezioni amministrative.
Già da studente di architettura mi sentivo particolarmente attratto dalla disciplina urbanistica. Seppur integrata nelle materie della formazione dell’architetto e non ancora assurta a disciplina con un proprio specifico percorso accademico (forse un errore per la formazione culturale dell’architetto averne voluto disgiungere le materie?), intuivo si trattasse di questione essenziale di convivenza civile. Ho imparato ad apprezzarne, studiandone e approfondendone i temi, l’evoluzione storica come testimonianza di crescita socioculturale della società urbana.
Fin dall’inizio della mia professione, ho sempre inteso lo studio e l’approfondimento degli aspetti urbanistici in cui inserire il mio lavoro, quale bussola del mio essere architetto nella società. Ho cercato di interpretarla, quale professionista interprete delle istanze e artefice, attraverso il progetto, della trasformazione fisica della città, non come una camicia di forza, un limite alla mia libera espressione, bensì come la doverosa attenzione al contesto sociale e ambientale che avrei, con lo sviluppo e la realizzazione del progetto, inevitabilmente concorso a trasformare. Una serie di “vincoli”, più o meno significativi in rapporto alla dimensione dell’intervento o della “sensibilità” del contesto in cui mi trovavo ad operare, mai interpretati come imposizioni fastidiose, bensì come doverosa attenzione alle legittime richieste che il luogo collettivo della mia azione trasformativa richiedeva come legittima forma risarcitoria. E, contemporaneamente, non ho mai avuto difficoltà a tradurre ciò nei confronti dei miei Committenti privati, in modo che non confondessero le regole di civiltà che una società doverosamente si pone per bilanciare gli interessi dei singoli con quelli della collettività, come inutile burocrazia.
Ho sempre guardato con un certo distacco la contrapposizione, sia in ambito accademico, sia tra i colleghi professionisti, tra coloro che consideravano le regole dell’urbanistica come un impedimento alla libera espressione del progetto di architettura oppure di coloro che, all’opposto, ritenevano l’urbanistica disciplina autonoma, a monte, rispetto all’architettura e a questa sovraordinata. Il tema non mi ha mai acceso, considerandolo assolutamente mal posto, interpretando io architettura e urbanistica come temi aderenti, discipline convergenti e complementari, semplicemente scale diverse nell’approccio alla trasformazione dello spazio fisico che il progetto doverosamente deve considerare.
Ho avuto modo, in una fase della mia vita professionale, di concorrere alla scrittura delle regole urbanistiche, sia partecipando alla formazione di Piani e Programmi attuativi di zona, sia di Piani Urbanistici comunali, confrontandomi con diverse amministrazioni locali in giro per l’Italia e collaborando con professionisti esperti della materia. La ricerca delle formule più efficaci per bilanciare i legittimi interessi privati con quelli collettivi, è sempre stato l’obbiettivo finale di queste esperienze, mai messo in dubbio. Gli anni ’90 e i primi anni 2000, contesto temporale in cui più mi sono trovato ad operare attivamente su questi temi, guardavano all’evoluzione storica della normativa urbanistica italiana del dopoguerra, come successione di pietre miliari (dalla legge urbanistica nazionale, alla legge Ponte, gli standard urbanistici, alla Legge sulla casa, …) a cui dare ulteriore sviluppo e maggiore efficacia operativa, mai a metterne in dubbio la validità e attualità.
Negli ultimi vent’anni, purtroppo, ho assistito all’acuirsi della contrapposizione tra urbanistica e architettura (o meglio edilizia) che si è materializzata sia nella evoluzione normativa che nelle prassi. Contrapposizione che ha fatto gioco all’affermarsi delle dinamiche economico-capitalistiche sempre più spinte, che hanno imposto la formazione di una società di consumatori piuttosto che di cittadini. Sempre più indotti all’ambizione del soddisfacimento dei propri desideri materiali individuali e sempre più incuranti e disattenti ai propri diritti di cittadini. Sempre più orientati al qui ed ora piuttosto che all’attenzione verso la storia e i suoi fondamentali insegnamenti. Disponibili, dunque, a bersi una narrazione unidirezionale verso l’indispensabilità di un solo modello di società del consumo, in un’ottica sempre più illusionisticamente liberistica, piuttosto che nell’attenzione all’equità sociale e alla convivenza democratica. Sempre più orientati all’attenzione ai diritti delle minoranze, ovviamente tutti degni della massima considerazione, ma dimentichi dei diritti sociali fondamentali faticosamente acquisiti dalla lotta delle generazioni che ci hanno preceduto e progressivamente smantellati nell’indifferenza generale.
In questo clima, si è affermato un pensiero dominante che ha visto ogni formula di governo, centrale e locale, favorire i grandi interessi privati senza altrettanta capacità di controbilanciarne la spinta nell’interesse collettivo. Lo smantellamento progressivo di un corpo di saperi e competenze in grado di salvaguardare l’interesse di tutti contro l’interesse di pochi, sempre più forti e aggregati in potenti corporazioni. Nello specifico della contrapposizione tra urbanistica e architettura, un processo progressivo di aggiramento della pianificazione urbanistica, che richiede procedure, tempi di dibattito e confronto necessari alla trasparenza democratica, in funzione della cosiddetta “semplificazione”, unica ricetta possibile a stabilire i tempi “certi” della programmazione dell’investimento economico e del suo ritorno privato. All’insegna di una formulazione fuorviante, diventata dominante, che corrisponde alla formula “promuovere l’investimento privato coincide con il favorire l’interesse pubblico”. Lo sviluppo di norme edilizie che promuovessero sempre più modalità di deroga alle norme urbanistiche, spesso definite anche da chi amministra come anacronistiche e non più attuali, in funzione dello sviluppo di interventi privati sempre più liberi da lacci e lacciuoli, ha consentito esempi sempre più numerosi e eclatanti di estrazione massiccia di rendita urbana da parte di pochi, incuranti delle conseguenze sociali e collettive, mascherati attraverso abili camouflage di sedicenti archistar e aspiranti tali, indifferenti a qualsiasi rapporto con il contesto in cui si trovano ad operare.
In termini di governo della trasformazione urbana il caso di Milano è esemplare delle dinamiche esposte. Un modello di amministrazione basato sulla manipolazione dell’opinione pubblica e sulla complicità di diversi attori dominanti. Coadiuvati ed assistiti dagli “esperti” della semplificazione, dai professionisti facilitatori, dagli opinion leaders e dalle archistar, i certificatori del corretto pensiero dominante. Avvocati amministrativisti, ex dirigenti tecnici dell’amministrazione comunale, assessori compiacenti, professionisti tecnici, rappresentanti degli Ordini professionali, uomini di cultura mainstream, opinionisti-moralizzatori, tutti operosi ingrassa-ingranaggi proni all’investitore privato. Tutti felicemente coinvolti in un gioco al massacro di ogni regola urbanistica faticosamente costruita in 50 anni di progresso civile e di crescita democratica. Tutti felicemente partecipi alla densificazione poderosa della città, alla sua vorticosa cementificazione, alla celebrazione della città che sale, alla presunta sua internazionalizzazione, in realtà tutti ugualmente (ignari?) responsabili della sua progressiva de-urbanità.
E tutto ciò è avvenuto in un clima di sottovalutazione della realtà sempre più drammaticamente segnata da fenomeni di disgregazione e degrado sociale, di crisi ecosistemica ambientale e di emergenza climatica. Tutti fenomeni che in numerose altre realtà urbane europee, hanno da tempo riempito l’agenda pubblica di programmi, progetti e realizzazioni, mentre a Milano rimangono solo oggetto di assunti e dichiarazioni su carta, dispensati come ricette all’avanguardia nelle innumerevoli e inutili “week”, mai calate a terra. Anzi, puntualmente contraddette nella realtà dei fatti.
Come già ho avuto modo di scrivere: “Correggere gli effetti di tale sciagurata devastazione perpetrata da almeno 15-20 anni ai danni della città sarà difficilmente emendabile. La densificazione fuori da ogni logica senza un ritorno adeguato in termini di compensazione collettiva, il progressivo depauperamento dei servizi e delle dotazioni pubbliche, la rinuncia ad ogni volontà di incidere sul tema casa pubblica e sulla questione periferie, segnano e segneranno il destino della città per molto tempo. Il tempo perduto nel non affrontare la sfida per l’adattamento della città al clima che cambia e alla necessaria transizione ecologica, spendendosi solo in vuoti slogan e assurdi interventi di boicottaggio veicolare, produrranno effetti deleteri per i prossimi anni. L’assenza di ogni consapevolezza nel contrasto alla crescita drogata dei valori immobiliari ha determinato fenomeni di espulsione crescente di popolazione verso l’hinterland e causato l’impossibilità per molti lavoratori di poter vivere nella città, con conseguenti necessità di crescente mobilità da e verso il centro non sufficientemente supportati da interventi di potenziamento del trasporto pubblico con ovvie conseguenze sul peggioramento della qualità dell’aria e della congestione urbana.”[1]
Nei mesi futuri l’agone comunicativo sarà invaso dalla campagna elettorale per le prossime elezioni amministrative che dovranno eleggere il nuovo Sindaco della città. Ne abbiamo già alcune anticipazioni. Candidati di varia natura e provenienza si profilano all’orizzonte. Il termine urbanistica non sembra ricorrere molto nelle prime annunciazioni. Speriamo possa diventare oggetto di degna riflessione e programmazione da parte dei protagonisti, non solo tema di sterile contrapposizione.

[1] “Fermare la deriva urbana” in Newsletter UCTAT, luglio 2025.
