UCTAT Newsletter n.85 – gennaio 2026
di Elena Mussinelli
Di cosa si parla quando si parla di biodiversità urbana?
O, meglio, in quale prospettiva può avere senso parlare di biodiversità riferendosi alla città, il luogo per eccellenza dell’artificio, della trasformazione antropica dello spazio? Di quale natura parliamo? Qual è la reale rilevanza degli interventi per la tutela e il ripristino della biodiversità quando ci riferiamo alla città?
E ancora, davvero la biodiversità costituisce, o dovrebbe costituire una priorità nelle agende politiche e programmatiche delle nostre amministrazioni locali? Se sì, con quali obiettivi e interventi?
Verde improprio e greenwashing
Queste domande non vogliono essere né provocatorie né retoriche, ma sorgono spontanee da un serrato confronto con la realtà che ci circonda.
Nel nome della sostenibilità, e spesso proprio della biodiversità, si mette il verde ovunque: si piantano alberi e arbusti su tetti e balconi delle abitazioni, sulle coperture di centri commerciali e parcheggi, persino sulle pensiline degli autobus. Alberi in vaso diventano l’immancabile “arredo” di piazze più o meno tattiche… Alberi ovunque, quindi, tranne dove ritengo dovrebbero stare, cioè in terra profonda…
Nel contesto milanese, ma anche in quelli nazionale e internazionale, è sempre più diffusa la tendenza a privilegiare le forme di un verde artificiale, sia “costruito su soletta”, sia disegnato secondo criteri astratti e formalistici, indifferenti alle preesistenze ambientali e sostanzialmente disattenti alle effettive valenze ecosistemiche e di fruibilità collettiva.
Con scarsa considerazione anche del dato economico: il verde “artificiale” ha costi molto alti sia per la realizzazione (200-5.000 euro/mq per progetti molto complessi) che per la gestione (10-50 euro/mq/anno), rispetto ai costi decisamente più contenuti del verde “naturale” (80-1200 euro/mq per la realizzazione e 1-5 euro/mq/anno per la gestione).
Dalle poche fonti disponibili, quelle di stampa e quelle relative al progetto complessivo Porta Nuova, la realizzazione della Biblioteca degli Alberi è costata circa 14 milioni di euro e ha un costo di manutenzione pari a circa 6 euro/mq, che diventano 10 se si include la sicurezza.
Di contro, l’esperienza di rigenerazione naturalistica del Boscoincittà secondo la metodologia “dei piccoli passi” definita dall’architetto paesaggista Carlo Maser, impegna il Comune con soli 0,50 euro/mq, che consentono di garantire – anche grazie all’impegno dei volontari e ad alcuni fondi aggiuntivi da privati e progetti finanziati – non solo la cura, ma anche ipotesi di ampliamento.
Obiettivi ed efficacia del greening urbano
Le iniziative di greening in città, pur se sempre più numerose, restano puntuali e circoscritte, focalizzate su aspetti scenografici e di alta visibilità, raramente attente ai valori e alle specificità del contesto urbano in cui si inseriscono.
Per non citare poi i casi in cui gli impatti ambientali delle trasformazioni urbane possono essere integralmente compensati con riforestazioni in altro sito: ci si può così dichiarare sostenibili e carbon neutral, senza impegnarsi davvero a prevenire, contenere e mitigare il danno generato localmente.
La natura episodica e non coordinata di molti progetti “green” e/o di “rinverdimento” finisce così per mancare l’obiettivo, ovvero il contrasto alla principale minaccia alla biodiversità in città – la frammentazione degli habitat -, spesso distogliendo inoltre l’attenzione da impatti ben più rilevanti, primo tra tutti il continuo e tuttora crescente consumo di suolo per nuove costruzioni o infrastrutture.
Tetti verdi, facciate vegetate e più in generale le cosiddette nature-based solutions possono certamente offrire benefici localizzati, ma la loro implementazione isolata, senza una strategia a livello di rete ecologica e di città, non garantisce il mantenimento di habitat di qualità per le specie: la loro limitata superficie, la necessità di manutenzione intensa e la scarsa connettività con altre componenti ambientali ne riducono drasticamente il valore ecologico, rendendole talvolta poco più che costosi elementi di design urbano.
Persino un ampio parco cittadino, per quanto ben gestito, se isolato entro un ambiente ostile e impermeabile, non può che conformarsi come “isola ecologica” incapace di sostenere popolazioni animali e vegetali nel lungo termine: la mobilità delle specie e la loro diversità genetica sono limitate, mentre la vulnerabilità agli stress ambientali (quali ondate di calore, nubifragi e inondazioni) resta altissima. Basta ricordare i quasi 5.000 alberi caduti a Milano nella tempesta del 25 luglio 2023.
Di contro, quando si ignora l’esigenza di creare una vera e propria rete ecologica urbana – un sistema connesso e funzionante che travalichi i confini amministrativi e la mera estetica -, la valorizzazione economica di singoli lotti e ambiti prevale rispetto a considerazioni circa la salute ecologica dell’intera area vasta. Il risultato è che la somma di tanti piccoli e grandi interventi locali di trasformazione finisce con l’erodere significativamente il capitale naturale di connettività delle città e del loro territorio.
Come valutare l’efficacia degli interventi
Allora, come distinguere tra interventi strutturali, di qualità, e lo storytelling corrente di un greening salvifico?
Come progettare, valutare e monitorare gli interventi a sostegno della biodiversità urbana, tenendo conto in modo integrato della multifunzionalità che può essere espressa dalla “natura in città” in forma di servizi ecosistemici erogati? Assumendo quindi la prospettiva NEXUS (https://unu.edu/flores/what-nexus-approach) per affrontare i cinque fattori diretti della perdita di biodiversità (cambiamento dell’uso del suolo/del mare, sfruttamento diretto, cambiamenti climatici, inquinamento e specie esotiche invasive) e coniugandola con il principio One Health (equilibrare e ottimizzare in modo sostenibile la salute delle persone, degli animali e degli ecosistemi).
Come trovare un raccordo efficace tra i piani e i progetti a scala urbana e locale e le politiche d’area vasta per la tutela e l’incremento delle biodiversità, per dare continuità alla rete ecologica (comune, provincia, regione)?
Rinaturazione e biodiversità
Partendo dai target della Nature Restoration Law (Regolamento UE 2024/1991 sul ripristino della natura), le città dovrebbero operare un cambiamento radicale dei contenuti della pianificazione e dei progetti di rigenerazione urbana, per l’effettivo azzeramento del consumo di suolo e un significativo incremento delle aree restituite alla “natura” attraverso depavimentazioni e nuove piantagioni arboree e arbustive, da misurarsi attraverso specifici indicatori.
Penso ad esempio a indicatori quantitativi, scalabili, quali:
– UTC, Urban Tree Canopy, che misura la superficie coperta dalle chiome degli alberi su una data area urbana (target 10% di copertura arborea minima e suo costante incremento post-2030)
– UGS, Urban Green Space, che misura la superficie totale dedicata agli spazi verdi pubblici e privati, verificando che non vi sia “perdita netta” (No Net Loss) rispetto al 2021 (target + 5% entro il 2050)
– VEGric, Numero di specie vegetali impiegate per unità di superficie, che valuta la ricchezza e la varietà della vegetazione arborea e arbustiva
ma anche a indicatori articolati in grado di misurare il grado di frammentazione del territorio naturale e agricolo, il degrado, l’impermeabilizzazione e il consumo di suolo, o che valutano gli impatti sugli ecosistemi e la biodiversità derivanti direttamente o indirettamente dall’inquinamento dell’aria e delle acque, da eventi metereologici estremi sempre più ricorrenti (isole e ondate di calore, alluvioni, ecc.), ecc.
Non da ultimo vanno considerati aspetti qualitativi legati al monitoraggio della funzionalità e della qualità ecologica delle aree verdi, quali ad esempio l’uso di specie native e la diversità delle formazioni vegetali, la riduzione di forme di gestione intensiva dei prati, la creazione di microhabitat per impollinatori).
Il ricorso alle certificazioni ambientali. Indicatori e criticità
Nel ricorso agli indicatori permangono peraltro diverse criticità, oltre a quelle – ben note – legate alla difficoltà nel reperimento dei dati e nella effettiva attuazione di un monitoraggio sistematico ex ante, in itinere ed ex post.
La prima riguarda gli indicatori impiegati nell’ambito dei protocolli di certificazione energetico-ambientale, quali ad esempio LEED, BREEAM, GBC e ITACA, tra i più usati.
Nell’ambito di una consulenza svolta per l’Agenzia del Demanio e finalizzata alla definizione di un set di indicatori e linee guida per la qualità ambientale dei loro interventi, abbiamo verificato come sia gli indicatori impiegati sia le modalità utilizzate per il loro calcolo non siano sempre comparabili. Aspetti quali il consumo di suolo e la biodiversità rivestono poi pesi anche molto differenti nelle diverse certificazioni, e risultano in alcuni casi facilmente compensabili conseguendo alti punteggi in categorie quali quella del risparmio energetico, certamente di maggior interesse per gli operatori del settore.
Inoltre, raramente questi indicatori sono coerenti e raccordati ai sistemi di valutazione e monitoraggio utilizzati ad esempio nel contesto della VAS di piani e programmi, e nella VIA di progetti e opere, che viceversa si concentrano proprio su aspetti quali il consumo di suolo, la perdita di valore ecologico e la frammentazione del territorio urbano e periurbano.
Da un lato, quindi, abbiamo strumenti che arrivano a certificare l’elevatissima qualità ambientale (Gold, Platinum, Outstanding) di interventi che non hanno apportato alcun beneficio in termini di biodiversità, o addirittura che ne hanno causato una perdita, dall’altro strumenti ben più rigorosi, spesso disciplinati tramite norma e orientati da un atteggiamento di precauzione che guarda soprattutto alla prevenzione del danno, che però raramente riescono a impattare sulle trasformazioni.
Non mancano a Milano casi significativi di questa criticità, con interventi di trasformazione anche di grandissima dimensione e impatto certificati LEED Platinum a partire dal fatto che il terreno è stato valutato come degradato, privo di un significativo valore ecologico (sulla base della classificazione catastale, non certo di una valutazione ecologica). La perdita dell’ecosistema spontaneo è stata considerata irrilevante ai fini del punteggio e i 3-4 punti di biodiversità persi sono stati ampiamente compensati da decine di punti guadagnati nell’efficienza energetica e del trasporto, portando il complesso al massimo livello di sostenibilità complessiva.
Casi studio e progettualità
Pensando a dei casi reali e abbastanza recenti, ci sono due esperienze piuttosto interessanti, in parte anche note, che offrono diversi spunti di riflessione.
Il primo riguarda il Tempelhofer Feld di Berlino: un’area di circa di 38o ettari dismessa nel 2008, in seguito alla chiusura dell’aeroporto, oggetto di un programma di conservazione mirata e quasi integrale finanziato con un consistente investimento pubblico a valere sul bilancio del Land di Berlino (oltre 2,6 milioni di euro per la realizzazione e la manutenzione), a sostegno di una fruizione sostenibile e del ripristino di ecosistemi danneggiati o distrutti, habitat essenziali per piante rare, tra cui praterie secche e specie di prati freschi (specie autoctone, in via di estinzione), e per animali protetti come allodole e gheppi (alcune aree sono infatti chiuse al pubblico proprio per preservare gli ambienti più sensibili). Anche con un Programma di monitoraggio tecnico-ambientale della fauna selvatica e dell’ambiente), indicatori formalizzati e la produzione di report periodici.
Il secondo caso è quello di Madrid Rio, un intervento avviato nel 2005 e finalizzato a recuperare le rive del fiume Manzanarre che ha adottato una soluzione radicale: l’interramento di quasi 7 km dell’autostrada M-30 che costeggiava il fiume e creava una profonda frattura all’interno della città.
Lo spazio così recuperato ha consentito la formazione del Parco Madrid Río, un corridoio verde di circa 150 ettari, che integra aree a prato o densamente alberate anche con un frutteto, strutture e servizi pubblici per lo sport, il gioco e il tempo libero, 12 nuovi ponti pedonali, piste ciclabili, chioschi e spazi per la ristorazione, una spiaggia urbana con getti d’acqua e laghetti balneabili, anche con il recupero di alcuni manufatti storici (il Puente de Segovia, il Puente de Toledo e l’antico Matadero, trasformato in centro culturale.
Il parco, che ospita circa 35.000 nuovi alberi appartenenti a più di 50 specie diverse, si configura come un corridoio verde che collega diversi spazi naturali della città, come la Casa de Campo, estendendoli verso sud, ed ha favorito il ritorno di molte specie ittiche prima scomparse e l’aumento dell’avifauna.
L’investimento infrastrutturale per l’interramento della M-30 è stato di circa 4 miliardi di euro, mentre il costo delle sistemazioni superficiali per la formazione del Parco è valutato in circa 400 milioni di euro. L’intervento è stato finanziato principalmente attraverso l’indebitamento del Comune di Madrid e gestito tramite la società pubblica Madrid Calle 30 S.A., con un’operazione finanziaria molto dibattuta e anche contestata dalla cittadinanza.
Si tratta di due interventi imparagonabili, per approccio e dimensioni, con quelle realizzate nel recupero delle aree dismesse milanesi, per lo più trasformate da lussuosi grattacieli ed edifici terziari e residenziali a firma delle più note archistar internazionali.
E pensando al caso di Milano, non si può non rilevare che non una delle numerosissime aree dismesse presenti sul territorio urbano e metropolitano sia stata colta come occasione per invertire il segno della pianificazione e trasformare infrastrutture e spazi urbani degradati, artificiali o dismessi in ambiti a rilevante connotazione naturale. Magari ricorrendo ad approcci passivi “senza intervento” (lasciando ricrescere spontaneamente la vegetazione, un po’ come avvenuto – senza intenzionalità alcuna – nella “goccia” di Bovisa), oppure con interventi più attivi e strutturati (attraverso la piantumazione di specie autoctone, la creazione di zone umide o il ripristino delle funzioni idrologiche), come si sarebbe potuto fare ampliando il parco di Porto di Mare…
Due esperienze di ricerca ENVI-Reg
La prima riguarda una consulenza per la variante al PGT del Comune di Codogno, che ha lavorato soprattutto sulla costruzione di fasce e buffer a differente valore ecologico, resa possibile dal taglio del consumo di suolo previsto dalla Legge Regionale e dalla pianificazione provinciale.
Il secondo, sempre una consulenza per la variante al PGT, ma per il Comune di Desio, si è incentrata su una strategia perequativa e compensativa applicata alla riduzione del consumo di suolo, con scelte finalizzate alla costruzione della rete ecologica e della rete verde comunali, in continuità con quelle provinciali e regionali, con l’adozione di un sistema di indicatori integrato che ha supportato tutto il percorso, dalla fase analitico-conoscitiva a quella propositiva, sino alle future azioni di monitoraggio previste in sede di VAS.
Riflessioni conclusive
Mai come ora decisori istituzionali, progettisti e operatori privati sono dotati di un ricchissimo insieme di strumenti utile a supportare e orientare le scelte e le modalità di intervento nella trasformazione della città (VAS, VIA, certificazioni, CAM, Digital Twin, ecc.). Tutta la programmazione comunitaria, nazionale e locale ha messo al centro la questione climatica, le problematiche ambientale e quelle della biodiversità, per la cui “risoluzione” sono stati definiti precisi obiettivi, e scadenze per il loro raggiungimento.
Uno scenario molto articolato che mi pare però non tenere sufficientemente in conto una dimensione ineludibile della sostenibilità, ovvero quella temporale. L’accelerazione determinata dall’innovazione tecnologica e digitale ha incrementato notevolmente il potenziale di “disposizione tecnica” dell’uomo sulla natura e sull’ambiente, determinando trasformazioni rapide e permanenti degli habitat la cui reversibilità, se e quando possibile, richiede investimenti cospicui e tempi lunghissimi.
La bellezza e la qualità ambientale della natura e del paesaggio sono infatti intrinsecamente connesse a equilibri ecosistemici e culturali che, soprattutto in contesti quali quelli europeo e italiano, si sono determinati entro dinamiche temporali lente, sedimentandosi lungo cicli plurisecolari, in un indissolubile intreccio tra processi bio-ecologici e fattori antropologici.
Tutto il contrario di quello che vediamo oggi: architetture e paesaggi “a pronto effetto” e interventi “tattici” nei quali un appeal in linea con il più aggiornato lifestyle globale sostituisce una bellezza derivante dalla lentezza dei processi naturali e dal progressivo consolidamento delle identità culturali locali.
Sono bastate poche decine di anni per devastare un ricchissimo patrimonio ereditato dal passato, in un trend omologante che rischia di portare le città e i territori europei verso l’indistinta urbanizzazione che connota le realtà insediative di molte altre metropoli internazionali. Difficile pensare che, senza una drastica inversione di rotta, nell’arco breve di 20-30 anni (Fit to 2050, recitano i programmi comunitari…), si possa giungere a qualche risultato significativo.
Milano gode oggi dei benefici ambientali generati dalla presenza di alberature, giardini e parchi urbani realizzati prevalentemente tra la fine dell’Ottocento e la seconda metà del 900: grandi boulevard quali quelli di corso Sempione, Corso Indipendenza o XXII Marzo, e parchi come il Sempione (quasi 400.000 mq), il Lambro (900.000 mq) o il Forlanini (oltre 500.000 mq). Da allora lo sviluppo urbano ha continuato e continua a determinare il consumo di cospicue quantità di suolo libero o agricolo, mentre non una delle grandi aree industriali dismesse degli anni 80 e 90 è stata oggetto di una riconversione in chiave propriamente ambientale ed ecosistemica, come è accaduto invece in altre realtà europee.
La longevità degli alberi varia da 100, 200, 500 anni e anche più a seconda delle specie e delle condizioni ambientali, ma tutti gli alberi hanno un loro ciclo di vita e richiedono anni per raggiungere quella maturità che consente loro di erogare i benefici ambientali che tutti ormai conoscono: ombreggiamento, stoccaggio di CO2, drenaggio idrico, incremento della biodiversità e, non da ultimo, caratterizzazione dei luoghi e del paesaggio urbano. Ciò che può fare anche un singolo albero maturo piantato in terra profonda non può essere fatto da cento alberi giovani, men che meno se piantati sulla soletta di un centro commerciale…. Ogni volta che un albero maturo muore, per ragioni fisiologiche, per le pressioni di un ambiente fortemente antropizzato, per l’impatto di eventi climatici estremi o, peggio, perché intenzionalmente tagliato in quanto “interferente” con lo sviluppo urbano (dal Parco Bassini, al glicine di piazzale Baiamonti, agli alberi della ex caserma Montello, al bosco di via Falck, sino a quello dei Capitani a San Siro…), sono necessari decenni perché un nuovo impianto torni a generare i benefici di quello perduto. Sempre ammesso che il ripristino avvenga….
Cosa lascerà la nostra generazione a quelle future? Perché non fare il possibile necessario? Poco, a volte anche semplice ma ben fatto?



