Vita buona

UCTAT Newsletter n.91 – luglio 2026

di Paolo Aina

Per puro caso mi è capitato di leggere quasi contemporaneamente due libri uno sull’architettura e uno sul tempo. Quello che mi ha stupito è l’ascolto della nostra vita banale che il libro sul tempo esercitava e al contrario l’assenza di attenzione del libro sull’architettura.

Ecco il paradosso: chi si occupa di architettura non si occupa della vita mentre chi si occupa di altre materie cerca delle soluzioni per le esigenze e i bisogni. Si potrà dire che lo sviluppo dell’architettura serve a prefigurare un futuro che verrà ma è una menzogna, nessun edificio ha mai previsto il futuro spesso anzi lo scopo per cui è stato costruito viene stravolto come l’esempio riportato ne “L’architettura della città”.

A Nîmes l’anfiteatro fu trasformato in una piccola città fortificata con due chiese e molti abitanti e in altri luoghi altri usi siano subentrati come è avvenuto che edifici industriali siano diventati abitazioni per coppie o case studio così come un garage ha visto la nascita della Apple.

In effetti il futuro degli edifici e degli spazi urbani che noi architetti cerchiamo di mettere in opera è oscuro, la funzionalità è incerta, l’unica cosa inoppugnabile è l’occupazione di una superficie e la mise en scène dei trionfi del committente; non che non sia sempre stato così, ma in passato la gloria e i trionfi parlavano una lingua diffusa e comprensibile: gesta, miti, antenati, cose conosciute.

Ora sono le acrobazie tecnico-ingegneristiche a farla da padrone, vederle suscita solo uno stupore che si trasforma in indifferenza in attesa dei nuovi effetti speciali e della prossima prodezza. Ciò che appare più evidente è il tentativo di accelerare il tempo della vita come si vedeva nelle copertine dei romanzi di fantascienza degli anni ’50/’60, il tempo accelerato negli edifici si scontra con il tempo dei corpi ma poi le costruzioni scompaiono dietro lo schermo dei telefonini.

Solo da turisti vediamo le città, da abitanti non vi facciamo caso.

Ci difendiamo così dagli edifici storti, dagli edifici zoppi e da quelli avvoltolati. Nelle città dove abitiamo siamo diventati tutti come i blasé di cui ha scritto G. Simmel. Le nuove costruzioni raccontano una sola storia, una storia che si raccontano tra di loro e dopo il primo OOHH… nessuno ha più voglia di sentirla.

Quando ero piccolo piccolo, volevo ascoltare sempre la medesima favola: quella dove il cattivo alla fine veniva punito ma ora non credo più che il committente di quella architettura, quella che ha sottratto aria e luce all’edificio vicino possa venire punito o almeno strapazzato.

Il potere ha logiche proprie che sfuggono alla punizione.

La comunità degli architetti: “Si costerna, s’indigna, s’impegna. Poi getta la spugna con gran dignità”.

Ecco un nuovo paradosso serve il potere per l’architettura, qualsiasi cosa essa sia, ma la potenza del potere non ha il fine di mettere in opera un’architettura che si proponga di sviluppare una società migliore, un ambiente migliore, una possibile “vita buona” per tutti e neppure la coscienza individuale.

La Colonna Traiana ricordava un imperatore, il Chrysler Building tramanda il nome di una fabbrica di automobili, sono entrambi monumenti ma una ci porta alla mente un uomo, seppur imperatore, l’altro un’automobile, si passa da un soggetto a un oggetto ma restano messaggi comprensibili e decifrabili da chiunque.

Oggi chi dirige i grandi gruppi di potere finanziari, industriali e tecnologici spesso è conosciuta/o solo all’interno della propria organizzazione ed è irraggiungibile per la gente qualsiasi: che volto ha quella mela morsicata? John, Paul, George, Ringo, Tim?

È il progresso… È la modernità bellezza…

Ma cosa sono progresso e modernità se non ci riguardano? Restano un’illusione di “vita buona”, non significano neppure una speranza in un futuro migliore.

Credo si debba riflettere su come l’architettura come insieme delle esperienze di costruzione dello spazio per i corpi e di modificazione dell’ambiente naturale abbia il dovere di ripensarsi per un luogo che sia più vasto di quello dell’autonomia del proprio linguaggio e di quello che si affida all’onnipotenza energivora della tecnica.

In fondo, come è noto da tempo, siamo responsabili dei guai che ci capitano dove viviamo.

L’aria è uno schifo, ma ci siamo abituati, le alluvioni sono catastrofiche e ogni anno dobbiamo farvi fronte, gli incendi estivi sono la regola, l’acqua viene sprecata, gli alberi vengono tagliati, in nome dell’ecologia vengono inseriti nell’ambiente animali senza competitori che si moltiplicano e aggrediscono le persone, ecc.

Chi costruisce la città, un ambiente totalmente artificiale, si trova in una situazione in cui lo spazio fisico è l’unica e più preziosa risorsa e va utilizzata nella interezza del suo valore economico.

La parte sociale e collettiva della “vita buona” in città è rinchiusa nelle nuove costruzioni ed è diventata privata e solitaria, lo spazio collettivo è di solito costruito solo per le esigenze soggettive dello shopping: non un segno a ricordare la comunità.

Lo spazio pubblico, lo spazio democratico quello dove poter portare le proprie ragioni insieme resta quello della città storica.

La protesta si è trasferita nel Web dove però, poiché mancano i corpi, non ha lo stesso effetto anzi può essere tranquillamente ignorata.

Se la manifestazione di un milione di persone in presenza aveva forse la possibilità di ottenere un qualche risultato, un milione di like può essere ignorato.

Non riesco ad raffigurarmi un milione di corpi che manifestano per le strade di Cascina Merlata posso però immaginare che da Cascina Merlata possano partire, in un secondo, un milione di like.

In un secondo… il tempo che impieghiamo perché questa operazione abbia luogo diverge completamente dal nostro tempo soggettivo e dal tempo che ci occorre per partecipare personalmente a qualche azione.

Stretto tra edifici così audaci da essere anonimi: pannelli colorati e pannelli di vetro, infissi larghi e in alluminio mi parlano di una durata che non è quella dei dépliant che li accompagnano e mi sembra che raccontino solo l’evoluzione della produzione industriale dell’oggetto edilizio e di una fittizia autonomia del linguaggio dell’architettura.

“Che ci faccio qui?” me lo chiedo come Chatwin, sono un architetto curioso mi rispondo mentre me lo domando mi accorgo che neppure il tempo che scorre ha una qualche notazione da ricordare.

Sono spaesato.

Ricordo a Istanbul quando sono entrato in S. Sofia il sole, da una delle piccole finestre ad arco che sostengono la cupola, illuminava un medaglione verde con una scritta araba in oro.

Allora sì ero proprio lì, in un posto, in un luogo specifico diverso dagli altri e inciso in un tempo che era proprio il mio.

Il tempo accelerato di questa modernità avida e distruttiva, prepotente e indifferente mi fa sentire come un criceto che corre sulla ruota nella sua gabbia.

Magari è felice, io sono angosciato, preferirei fermarmi seduto da qualche parte a guardare le belle rovine di una bella architettura o alberi di grandi proporzioni, un fico odoroso che mi ricorda che il grande Pan è vivo o ancora muri con 99 cannelle che sbucano da maschere, fiori e rosoni o anche sentire lo scroscio dell’acqua che cade in una fontana di grandi dimensioni (Portland)…

Non si tratta di rimpiangere di qualcosa di impossibile da recuperare, non si tratta di nostalgia del passato ma di utilizzare il ricordo e la conoscenza di quell’impossibile per costruire qualcosa che renda possibile e sopportabile, almeno per un momento, la vita nelle città

Sarei certo in un luogo e non in una gabbia e forse questo mi aiuterebbe ad avere una “vita buona”.

Guardo senza fiato, di Paolo Aina