Vivere la città

UCTAT Newsletter n.93 – ottobre 2026

di Paolo Aina

Vivere la città

Qui si parlerà dello scontro tra città e natura e tra natura e città.

Le città, questo mostro indomabile, si espande… si espande e la natura e la sua forza generatrice di vita viene circoscritta, imbrigliata e annichilita.

Annichilire però non significa solo rendere un niente il qualcosa al di fuori della città; questa azione si riflette anche su di noi perché anche in noi vive Pan e in fin dei conti noi siamo determinati dall’ambiente naturale che ci circonda, anche chi non è nato fuori dalla città si sente privato di un paesaggio non completamente artificiale.

Si sente spogliato di qualcosa che si presenta diverso dappertutto al contrario delle città che dappertutto, nelle ultime versioni dell’architettura occidentale, si mostrano uguali.

La possibilità di costruire qua e là in modo indifferente è data dallo sviluppo tecnico degli apparati che hanno slegato gli edifici dal contesto, attraverso l’incremento del consumo di energia, e possono non curarsi delle sue caratteristiche: l’aria e i suoi moti, l’acqua la sua quantità e le sue correnti, la luce e le sue ombre, la temperatura e le sue fluttuazioni; la noncuranza comprende non solo gli elementi indipendenti dagli uomini ma anche la cultura e la storia, le storie che sono nate e si raccontano gli abitanti del luogo, quelle di chi è venuto e i ricordi di chi se ne è andato.

Credo che le costruzioni più recenti non abbiano avuto questa accuratezza, si siano accontentate nell’illusione di essere moderne, anzi contemporanee nelle forme e nell’uso dei materiali senza nessuna attenzione per un benessere che non si limiti a quello del riscaldamento, del condizionamento, dell’acqua corrente e delle fognature.

Lo spazio non è più qualcosa di vivo ma semplicemente una superficie amorfa caratterizzata dalla sua estensione geometrica: ai Mq corrispondono Mc ed ecco l’oggetto che è solitamente immerso nel verde, ha una classe energetica stupefacente e dalle sue finestre o terrazze si scorge un lembo del Duomo, una cava, a volte le Alpi e forse, inquinamento permettendo, “Quel cielo di Lombardia, così bello quand’è bello, così splendido, così in pace”

Ma quale pace, non diciamo stupidaggini, a Milano impera l’ideologia, anzi il mito dell’innovazione e della velocità a ciò pare, da noi, corrispondere l’enunciazione: smart city beninteso una definizione in lingua inglese; siamo moderni perbacco.

SMART City la città intelligente.

Intelligenza significa l’insieme delle facoltà mentali e cognitive che permettono di comprendere la realtà, ragionare, risolvere problemi, apprendere dall’esperienza e adattarsi in modo efficace a nuove situazioni.

La descrizione è principalmente riferita al tipo di acume e ingegno che caratterizza noi umani che fino a poco tempo fa ci siamo rifiutati di riconoscere l’intelligenza, pur diversa, insita nella vita che ci circonda.

Parlare di una città intelligente parrebbe un paradosso ma questa accezione si riferisce non tanto alla risoluzione dei problemi quanto all’ottimizzazione, all’accelerazione e allo sveltimento delle procedure esistenti.

Il tutto per diminuire il tempo che occorre per eseguire o produrre qualcosa che, a volte risulta astratto e puramente autoriferito, se mi permettete un ricordo: una volta, ero in piedi a uno sportello del comune di fronte all’impiegato che senza batter ciglio chiese, mi chiese il mio certificato di esistenza in vita.

Si risparmia, si risparmia tempo ma il tempo risparmiato non serve per una crescita personale, per un miglior rapporto con il mondo ma viene impiegato per rimettersi all’opera senza sosta e continuamente nella medesima attività dilapidando il risparmio nel vortice di altri impegni analoghi come in quelle serie televisive dove il protagonista viene scoperto a lavorare a notte fonda dalla persona che fa le pulizie negli uffici del prestigioso quotidiano…

Tutto ciò perché in un futuro prossimo ma non tanto la città migliorerà e i cittadini avranno in dono una vita migliore.

Utilizzando la battuta di un famoso economista si può ben dire che: “Nel lungo periodo siamo tutti morti”.

Tutto dev’essere SMART (Specific, Measurable, Achievable, Relevant,Time-bound).

Ma muri, selciati, finestre, tegole, ringhiere, rotaie, fontane… cozzano fragorosamente con questo acronimo la costruzione della città nelle sue parti ha una data di nascita ma per le sue caratteristiche non ha una definizione temporale, tende a prolungarsi in una durata che va ben al di là di tutti coloro che l’hanno messa in opera, di chi ha lavorato alla costruzione e lavora negli edifici o di chi ha vissuto e vive in quegli spazi.

Le costruzioni sono cristallizzate, i loro usi e la vita che vedono passare sono continuamente mutevoli, lo stesso uso degli spazi cambia ma indifferentemente gli edifici restano pressoché uguali.

La città però ricorda anche coloro che non ci sono più, restano nelle sue pietre le tracce della loro memoria, dei più celebri, da qualche parte c’è la casa di un illustre scrittore, più in là la lapide che ricorda un celebre rivoluzionario e dei meno famosi i lavandai e successivamente le lavandaie che hanno un Vicolo tutto per loro assieme tra le altre alle Vie degli Speronari e degli Armorari.

Anche oggi, nonostante la scomparsa di queste professioni, nelle vie resta il ricordo di coloro che hanno dato nome a quegli spazi, così come agli animali resta il nome che Adamo ha dato loro all’inizio del mondo come racconta la Genesi.

Non vorrei che si pensasse con nostalgia al passato, alla propria giovinezza e alla illusione dello splendore; i ricordi sono illuminati da una luce dorata che li rende migliori e i laudatores temporis acti spesso, anzi quasi sempre, hanno un che di piagnucoloso e di noioso.

Ma come possiamo concepire la nostra vita e la nostra città escludendo il tempus actum, dimenticando ogni cosa materiale che ha fatto di una città questa città, quella con la colonna del Diavolo, con la chiesa del Santo Sepolcro, con la Tomba dei Magi, con la Predica di S. Marco e la modernità rispettosa e accogliente della Casa all’italiana.

Alla fine, è vero che noi, educati a quella città vorremmo che di essa si tenesse conto e fosse anche messa in luce con opportuni accorgimenti anche dalle nuove costruzioni dimentiche di tutto come nei thriller dove il protagonista si sveglia da qualche parte e non si ricorda chi è né come è capitato in quel luogo.

Anche in giovane età il ritorno a casa è il ritorno nel luogo dove sono cresciuti e aumentano i ricordi felici e nello stesso tempo dove qualcuno si ricorda di noi e ci riconosce.

Così è per le città chi è nato in un luogo ne ricorda una sacralità che risiede nelle vecchie strade e anche nei monumenti più umili.

Siamo fortunati ad essere nati in Europa e a sentirci figli di una storia che con tutte le sue apocalissi e le sue conquiste umanistiche ha portato fino a noi e che dovremmo trasmettere con reverenza e cura a chi verrà.

Io so’ pazzo.

Milano 2026, Piccola fontana, foto di Paolo Aina