I paradossi della città

UCTAT Newsletter n.91 – luglio 2026

di Carlo Lolla

Le città sono la più grande opera collettiva che l’uomo abbia mai realizzato. In esse si concentrano storia, cultura, economia, innovazione, arte e relazioni umane. Sono il luogo in cui nascono le idee, si sviluppano le imprese e si intrecciano le vite di milioni di persone. Eppure, proprio dove l’uomo ha cercato di costruire il massimo dell’efficienza e della convivenza, emergono alcune delle contraddizioni più profonde della società moderna.

Questo è il primo grande paradosso della città: essa nasce per migliorare la vita dell’uomo, ma spesso finisce per complicarla. Le opportunità sono enormi. Servizi sanitari, scuole, università, trasporti, attività culturali e possibilità di lavoro sono concentrate in uno spazio relativamente limitato. Tuttavia, questa stessa concentrazione produce congestione, traffico, inquinamento, rumore e una crescente pressione psicologica. Più servizi significano anche più spostamenti, più automobili, più consumo di energia e una continua competizione per lo spazio.

Un altro paradosso è quello della vicinanza. Nelle città vivono migliaia, talvolta milioni di persone, separate soltanto da pochi metri. Eppure, mai come oggi si parla di solitudine urbana. Si condividono gli stessi mezzi pubblici, gli stessi marciapiedi e gli stessi quartieri, ma spesso si ignorano i propri vicini. La densità abitativa non garantisce automaticamente relazioni umane più profonde; talvolta produce l’effetto opposto.

Esiste poi il paradosso economico. Le città sono il motore della ricchezza, ma anche il luogo in cui le disuguaglianze diventano più evidenti. Grattacieli modernissimi possono sorgere accanto a quartieri degradati; abitazioni di lusso convivono con situazioni di grave disagio sociale. La ricchezza aumenta, ma non sempre viene distribuita in modo equilibrato.

Anche il progresso tecnologico presenta il suo lato contraddittorio. Le città diventano sempre più intelligenti grazie ai sistemi digitali, alla gestione informatizzata del traffico, ai sensori ambientali e all’intelligenza artificiale. Tuttavia, la tecnologia da sola non è sufficiente a risolvere i problemi. Può rendere più efficiente un sistema, ma non può sostituire una progettazione urbanistica capace di mettere al centro la persona.

È proprio qui che il tema dei paradossi assume un significato più profondo.

Molti pensano che basti costruire nuove piste ciclabili, aumentare gli spazi verdi, creare zone pedonali o potenziare il trasporto pubblico per rendere una città migliore. Tutte queste opere sono certamente importanti, ma, considerate singolarmente, rischiano di essere interventi isolati. Una pista ciclabile che termina improvvisamente nel traffico perde gran parte della sua utilità; un parco difficilmente raggiungibile diventa poco frequentato; un servizio pubblico poco integrato con gli altri mezzi non modifica realmente le abitudini dei cittadini.

Una città funziona solo quando ogni elemento dialoga con gli altri.

L’urbanistica moderna non può più limitarsi a progettare singole opere. Deve progettare relazioni. Ogni strada influenza il traffico delle strade vicine; ogni nuovo quartiere modifica gli spostamenti quotidiani; ogni area verde cambia il microclima; ogni scelta edilizia produce conseguenze economiche, sociali e ambientali che possono manifestarsi anche molti anni dopo.

Per comprendere tutto questo occorre cambiare prospettiva. La città non è una macchina composta da pezzi indipendenti. È un organismo vivente.

Come ogni organismo, possiede un equilibrio delicato. Milioni di persone si muovono ogni giorno seguendo esigenze diverse: lavorano, studiano, fanno acquisti, si divertono, cercano spazi di tranquillità. Da queste infinite interazioni nascono fenomeni che nessun progettista può controllare completamente. È ciò che gli studiosi chiamano complessità.

Un sistema complesso non è complicato soltanto perché contiene molti elementi. Lo è soprattutto perché ogni elemento modifica continuamente il comportamento degli altri. Un piccolo cambiamento può produrre effetti molto più grandi del previsto, mentre interventi costosi possono avere risultati modesti se non sono inseriti in un progetto coerente.

Ecco perché i paradossi della città non possono essere eliminati semplicemente costruendo di più. Essi possono essere ridotti soltanto progettando meglio.

La vera sfida dell’urbanistica del XXI secolo consiste nel creare quella che potremmo definire una fluidità urbana: una città nella quale persone, mezzi di trasporto, spazi pubblici, natura, servizi ed energia interagiscano senza ostacolarsi reciprocamente. Una città nella quale il cittadino possa muoversi facilmente, respirare aria più pulita, incontrare gli altri senza rinunciare alla propria tranquillità e vivere quartieri progettati per favorire il benessere collettivo.

Per raggiungere questo obiettivo non bastano le competenze degli ingegneri o degli architetti. Servono economisti, sociologi, psicologi, ecologi, informatici, amministratori pubblici e, soprattutto, cittadini consapevoli. Le tecnologie più avanzate, dai modelli matematici ai cosiddetti “gemelli digitali” delle città, fino all’intelligenza artificiale, possono simulare migliaia di scenari diversi e aiutare a prevedere le conseguenze delle decisioni. Ma nessun algoritmo potrà mai stabilire quale città vogliamo costruire. Questa resta una responsabilità profondamente umana.

Forse il più grande paradosso è proprio questo: l’uomo ha creato le città per organizzare il proprio futuro, ma esse sono diventate così complesse da richiedere una continua capacità di adattamento. Non si possono più governare con schemi rigidi; devono essere comprese come sistemi in continua evoluzione, capaci di cambiare insieme alle persone che le abitano.

In fondo, una città non è fatta soltanto di edifici, strade o infrastrutture. È fatta di relazioni, di fiducia, di tempo condiviso, di qualità della vita. Quando questi elementi trovano un equilibrio, il cemento smette di essere soltanto materia e diventa civiltà.

I paradossi della città non sono dunque una condanna inevitabile. Sono un invito a pensare meglio, a progettare con maggiore lungimiranza e a considerare ogni scelta urbanistica come parte di un disegno più ampio. La città del futuro non sarà semplicemente quella più grande o quella più tecnologica, ma quella che saprà armonizzare la complessità senza soffocare l’umanità. Perché il vero progresso non consiste nel costruire più edifici, ma nel costruire luoghi in cui vivere meglio.

“La città non è un problema da risolvere, ma un equilibrio da coltivare.”

P.S.

Il mio pensiero racchiude l’idea che una città perfetta non esisterà mai, perché una città è viva. Il compito dell’uomo non è eliminarne ogni contraddizione, ma mantenerla in un equilibrio dinamico, nel quale sviluppo, natura e qualità della vita possano convivere. È un’immagine che lascio al lettore con una riflessione più che con una conclusione, e credo che dia forza all’intero articolo.

È qui che il paradosso della città si fa carne, burocrazia e pietra. Recentemente, una corrispondenza privata tra architetti e fotografi milanesi ha portato alla luce una stortura clamorosa. Un noto divulgatore decide di raccontare via video la straordinaria e fluida modernità della casa che Gio Ponti progettò per sé in via Dezza. Un lavoro di pura passione culturale. La risposta degli eredi? Una diffida: ‘Non la autorizzo affatto a produrre il video’.

Ci troviamo di fronte a un paradosso spaziale e giuridico: un edificio, una volta costruito, definisce il volto pubblico di una via, appartiene agli occhi di chiunque passi su quel marciapiede. Eppure, i recinti del diritto patrimoniale lo sottraggono alla narrazione collettiva. Lo stesso accade nei cortili delle chiese storiche, dove un fotografo viene cacciato in nome della ‘proprietà privata’ e del silenzio mistico, mentre a pochi metri di distanza un display a diodi gigante proietta pubblicità di lusso sulla facciata di un’altra basilica. (Di chi è l’architettura?, Balestrini, Schiaffonati, Topuntoli, Newsletter n°90, giugno 2026)

Se la città è un sistema complesso che vive di relazioni, queste barriere sono infarti del tessuto urbano. Quando la superbia dei tutori o la rigidità delle norme impediscono di fotografare, filmare e raccontare l’architettura, la città cessa di essere un organismo fluido e torna a essere una macchina punitiva. Si pretende di pianificare il verde e le piste ciclabili, ma si vieta ai cittadini di saper vedere l’architettura, per dirla con Bruno Zevi. Se non possiamo più documentare le pietre che calpestiamo, l’urbanistica ha fallito il suo compito primario: ospitare la comunità.

In gondola e a piedi, 2025, foto di MIRABILIA