Identità e qualità dello spazio pubblico

UCTAT Newsletter n.45 – maggio 2022

di Paolo Debiaggi

La questione posta al centro del dibattito nell’ambito del Seminario “La qualità e identità dello spazio pubblico” promosso da ENVI.Reg-ENVIronmental Regeneration presso il Politecnico di Milano, all’interno del ciclo di seminari “Le sfide della rigenerazione: identità, opere pubbliche e ambiente”, ritengo sia estremamente complessa e di difficile inquadramento a partire dai termini di cui si compone, la cui definizione semantica si apre a molteplici letture interpretative.

Qualità: come definirla in maniera univoca e universale? Da sempre problema rilevante, oggi, nella società dell’informazione in cui ognuno si sente libero, via social network, di esprimere opinioni e giudizi su ogni argomento, banalizzando e sminuendo ogni necessità di approfondimento, stabilire dei canoni condivisi diventa ancor più complesso. Sottoposti a un ininterrotto flusso di messaggi persuasivi tendenti a orientarci nei nostri desideri di consumo, il nostro metro di valutazione è fluido, mutevole e condizionato di continuo. Rapportandoci alla realtà urbana, possiamo osservare come progettualità, tecniche e materiali utilizzati nella definizione di nuovi spazi urbani tendono sempre meno a riflettere la cultura locale, la tradizione del luogo, rispondendo sempre più maggiormente alle esigenze di una presunta modernità cosmopolita, di efficientismo, di conformismo alla moda mainstream o, all’opposto, di sola banale convenienza economica.

Identità: viviamo un’epoca in cui l’economia del consumo e della globalizzazione produce l’estrema omologazione di usi e costumi, in cui l’iperproduzione di informazioni produce una costante attenzione al presente, tendente a cancellare l’attitudine alla memoria, ponendo in profonda crisi il rapporto con la storia, delle persone e dei luoghi. E’ oramai in atto una progressiva cancellazione della differenza tra luoghi. Tutto ciò educa a concepire il mondo non come un insieme di luoghi differenti, ma come un insieme di occasioni simili distribuite su un ampio raggio. Questo riduce ogni esperienza di ambientamento. Ogni transfer emotivo sul proprio ambiente è inutile e superato. Così come le grandi catene commerciali mantengono il proprio look identico in qualunque luogo del globo, così la città perde i suoi punti di riferimento utili a riconoscersi e orientarsi. La strada non è più un palcoscenico, ma semplicemente un percorso. Diversamente, i centri storici consentono di riconoscere la continuità con il passato. In alcuni casi, la continuità è dovuta alla presenza di un monumento, in altri si percepisce la stratificazione della storia. La monumentalità ripropone una comunicazione tra chi l’ha prodotta in un tempo passato e chi la percepisce oggi, favorendo nell’individuo la sensazione di fare parte di una continuità generazionale, valorizzando il tempo presente e con esso l’identità collettiva.

Spazio: La fisicità stessa delle cose è messa in crisi dallo sviluppo poderoso della digitalizzazione. Lo spazio fisico si dissolve nello spazio virtuale, quale luogo privilegiato degli scambi relazionali. Oggi le reti di relazione tra le persone non si sviluppano più per le piazze e strade, ma grazie a impulsi telefonici, messaggi ed immagini teletrasmesse via smartphone e terminali informatici. L’utente della città è sempre più assorto e immerso nel suo spazio di relazione virtuale e meno partecipe dello spazio fisico che attraversa fisicamente. Dispositivi sempre più sofisticati che possano permetterci un’esperienza immersiva continua, tipo google glass o i veicoli a guida autonoma, sono costantemente oggetto di ricerca e presto ci allontaneranno ancor più dalla fisicità dello spazio e delle cose.

Pubblico: la logica consumistica nella sua necessità di indurre bisogni sempre più personalizzati insieme all’illusione di protagonismo indotto dalla comunicazione social, determina un individualismo sempre più estremo che cancella il senso stesso di interesse collettivo. Ciò si misura nella mancanza di interesse e volontà di partecipazione alle vicende pubbliche e la perdita di consapevolezza che “pubblico” ci riguarda profondamente, perché significa di tutti noi. Ciò, purtroppo, si misura chiaramente sia nella sempre più ridotta partecipazione al voto nelle tornate elettorali, sia in una sorta di apatia generalizzata rispetto alle decisioni politico-amministrative che ogni giorno ci riguardano, ma che oramai nessuno più sembra in grado di criticare e contrastare con l’impegno e la volontà di partecipazione diretta.

Ognuno di questi aspetti andrebbe debitamente approfondito, ma tra le diverse chiavi di lettura possibile, vorrei soffermarmi sulla dimensione politico-amministrativa della costruzione e gestione dello spazio pubblico. Ritengo, infatti, che le modalità con cui si decidono, realizzano e conservano gli spazi pubblici di una città, diventano determinanti nella percezione stessa che ne avrà l’utente finale e, soprattutto, rappresenti un chiaro segnale della salute democratica di quella comunità.

A partire dagli anni ’90 abbiamo assistito nel nostro Paese alla progressiva privatizzazione dei servizi pubblici. La mancanza di risorse economiche a causa dell’elevato indebitamento e la consapevolezza che la crescita abnorme dell’apparato burocratico rendeva sempre più complessa l’azione di governo, ha portato l’amministrazione pubblica ad esternalizzare sempre più molte sue funzioni verso il settore privato, alla ricerca di una maggiore capacità decisionale, efficienza di servizio e minori vincoli di spesa. Servizi essenziali come la sanità, la scuola, le infrastrutture, i trasporti, gli asili nido, l’assistenza agli anziani,.., sono stati oggetto di massiccia delega al settore privato accompagnati dall’affermarsi di quell’ideologia economica e politica che è diventata dominante a livello globale: il neo-liberismo.

La pandemia Covid 19 ci ha mostrato drammaticamente l’esito che questa scelta ha avuto sulla sanità lombarda, dove si è potuto appurare come la massiccia privatizzazione avvenuta negli ultimi 25 anni ha reso sì il sistema all’eccellenza, ma un’eccellenza limitata all’alta specializzazione, mentre, parallelamente, ha indebolito i settori meno redditizi, programmi di prevenzione, risposte emergenziali e terapie intensive incluse.

Il crollo del Ponte Morandi nell’agosto 2018 ha rivelato drammaticamente l’esito nefasto della gestione privatistica delle infrastrutture autostradali italiane, dove i concessionari hanno spesso trascurato l’azione manutentiva necessaria dei beni pubblici  a loro assegnati.

Questa tendenza ha coinvolto anche la realizzazione delle opere pubbliche, quantomeno quelle in grado di generare un reddito da gestione, quali ad esempio le attrezzature sportive, attraverso formule di partenariato pubblico-privato. La realizzazione di abitazioni economiche è stata oggetto di esternalizzazione al privato attraverso il cosiddetto housing sociale, ponendo fine, di fatto, alla produzione di edilizia economico-popolare e inaugurando una forma ibrida di edilizia convenzionata che ne esclude l’accesso alle fasce più deboli della popolazione. La pratica di delegare la realizzazione diretta ai privati nell’ambito dei grandi interventi di sviluppo immobiliare dei cosiddetti standard pubblici, ovvero le opere di urbanizzazione sia primaria (viabilità, fognature, sotto-servizi tecnologici,..) che secondaria (scuole, centri socio-culturali, parchi,..), è diventata oramai una consuetudine.

Questa delega sempre più massiccia di attività un tempo sviluppate con risorse e personale interno alla pubblica amministrazione, pur non comportando ne un miglioramento nei conti pubblici ne tantomeno una minor pervasività del mostro burocratico, ha di certo prodotto, tra l’altro, un progressivo depauperamento e perdita di settori e competenze tecnico-professionali. I recenti entusiasmi legati ai finanziamenti concessi al nostro Paese all’interno del PNNR si dovranno certamente misurare, non solo con la capacità effettiva di spesa e rendicontazione dell’attuazione di progetti e programmi, come richiesto dalla Comunità europea, ma anche con la mancanza di risorse umane e competenze nelle amministrazioni comunali in grado di programmarne, progettarne e controllarne le diverse fasi realizzative. La mancanza di competenze non riguarda solo le figure tecniche in grado di sviluppare progettualità, ma anche quelle preposte alla verifica, controllo e manutenzione. In altre parole, questa continua e progressiva deriva privatocratica, ha determinato il venir meno della capacità della pubblica amministrazione nella principale funzione a cui l’abbiamo delegata ovvero il “prendersi cura” dell’interesse collettivo.

Negli anni recenti, nella città di Milano, oramai da decenni officina di creatività e pratiche innovative neoliberiste indipendentemente dalle forze politiche al suo governo, questa modalità è stata infine estesa anche allo spazio pubblico di aggregazione per definizione, i parchi e le piazze urbane. Abbiamo già affrontato questo tema in precedenti edizioni della newsletter, ma vale la pena di ritornarci.

Nella newsletter del mese di giugno 2021, abbiamo sottolineato come sia in atto il tentativo di privatizzare gli spazi pubblici urbani, attraverso il ricorso a formule di gestione e manutenzione degli stessi ai privati. L’invenzione del “contratto di sponsorizzazione” della Biblioteca degli Alberi a Porta Nuova, dove lo sviluppatore immobiliare Coima è stato delegato, attraverso una sua Fondazione privata, di manutenere e animare le aree pubbliche realizzate a fronte del loro utilizzo a fini commerciali, costituisce il riferimento a cui le molte altre iniziative di trasformazione in atto sulla città (data la permanenza dei medesimi attori coinvolti) potrebbero riferirsi.

Lido BAM a Porta Nuova
Immagine tratta dalla proposta definitiva di Programma integrato di intervento di rigenerazione dello scalo di Porta Romana

Nella newsletter dello scorso mese di giugno abbiamo anche segnalato un’altra iniziativa comunale che dovrebbe allarmare, ovvero il progetto per la nuova Piazzale Loreto.  L’obiettivo prioritario del Concorso, promosso dal Comune nell’ambito del programma Reinventing Cities, era quello di “restituire” Piazzale Loreto alla città, ripensandolo da infrastruttura a spazio pubblico vero e proprio, attraverso una riqualificazione complessiva i cui costi potessero trovare investitori privati. Per far ciò, la formulazione del concorso ha previsto la cessione al privato di diritti edificatori utilizzabili per realizzare una nuova torre, come ampliamento del complesso ad uffici tra viale Abruzzi e via Porpora, in cambio, nell’interesse collettivo, della trasformazione del piazzale. Ciò che non convince del progetto vincitore, il progetto LOC – Loreto Open Community, è che nella riqualificazione del Piazzale emergono in superficie volumetrie in prevalenza commerciali che si aggiungono a quelle già esistenti nel mezzanino della metropolitana.

Immagine tratta dal progetto vincitore del concorso Reinventing Cities per la riqualificazione di Piazzale Loreto

Come giustamente è stato osservato, il risultato di questa impostazione è paradossale: l’unità spaziale della piazza, cioè la sua stessa esistenza in quanto tale, è annullata dai volumi edilizi che la saturano e la frantumano in una molteplicità di superfici di statuto ambiguo. Lo spazio pubblico esiste ancora sul piano normativo e degli standard urbanistici, ma è annientato nella sua capacità di funzionare come tale. La necessità della manutenzione straordinaria di un bene pubblico si traduce nell’alienazione del bene stesso. La piazza in potenza è uccisa nella culla.

Quelli riportati sono solo alcuni esempi di una modalità oramai collaudata nella gestione dello sviluppo urbano di Milano degli ultimi anni, ai quali se ne aggiungono e aggiungeranno purtroppo altri in corso di realizzazione, di cui non sembra peraltro esserci alcuna forma di opposizione critica significativa. La trasformazione degli scali ferroviari, lo sviluppo immobiliare dell’area di Bisceglie, commercializzata come SeiMilano, l’ipotesi di intervento legato al nuovo stadio a San Siro e le altre numerose trasformazioni che i cittadini stanno subendo senza alcuna formula reale di partecipazione e controllo democratico, produrranno nuovi spazi pubblici urbani a corredo di massiccia nuova cementificazione spacciata per rigenerazione urbana.

Immagini tratte dal progetto di sviluppo immobiliare SEI Milano a Bisceglie

Ai cittadini si lascia il compito di commentare i dettagli di render e masterplan, simularne la partecipazione diretta via social, raccoglierne i “mi piace” o “non mi piace”, ma il senso politico più profondo lo si trascura o tralascia.

Il tema va trattato per quello che è senza nasconderlo dietro l’ipocrisia di false formulazioni e all’interno di procedure strettamente burocratico-amministrative che lo sottraggono al dibattito pubblico. Ne va il senso stesso di democrazia. La qualità dello spazio pubblico con la sua modalità di realizzazione e gestione, ha una ascendenza sulla formazione del senso civico dei cittadini, più sarà accessibile e rappresentativo di qualità urbana, tanto più sarà rispettato e instillerà senso di appartenenza e volontà di partecipazione. Più sarà trascurato, tanto più trasmetterà disaffezione e disagio sociale.

C.Cordelli, Privatocrazia. Perché privatizzare è un rischio per lo Stato democratico. Mondadori, aprile 2022.

Sitografia:

https://www.domusweb.it/it/architettura/gallery/2021/05/17/piazzale-loreto-non-esister-pi.html

https://www.architetturaecosostenibile.it/architettura/progetti/seimilano-quartiere-mario-cucinella-198

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