Municipi vs Città metropolitana

UCTAT Newsletter n.92 – settembre 2026

di Angelo Rabuffetti

In verità faccio molta fatica a trovare argomenti positivi da narrare per descrivere le attività che routinamente svolgono i Municipi del Comune di Milano. Hanno i piedi pesanti ed ogni loro movimento è lento, vincolato e sorpassato in velocità dagli altri Enti anche di minore importanza con il risultato che non vengono ascoltati e le loro decisioni non sono prese in considerazione. Lo spunto per queste riflessioni proviene da un articolo apparso sul Corriere della sera del 26 agosto 2026: “Milano: i municipi dettano l’agenda. Ecco le opere da attuare entro un anno.”

Per capire lo stato della politica milanese, basta dare un’occhiata all’agenda che i Municipi cercano affannosamente di dettare ad un anno dalla fine della consiliatura. Un promemoria che assomiglia terribilmente alla lista della spesa di chi sa già di non avere il portafoglio gonfio in tasca. Chiedono meno burocrazia, interventi mirati sui quartieri, attenzioni da parte di un Palazzo Marino sempre più distaccato. Eppure, la sensazione che si respira osservando questo sottobosco istituzionale è una sola: un immenso teatrino delle ombre, pensato per simulare un decentramento decisionale che, nella pratica, resta un puro esercizio teorico. Una cosa negativa da sottolineare: costano alquanto alla Comunità!

I nove Municipi di Milano continuano a somigliare più a un vaglio di buone intenzioni che a reali centri di potere. Sulla carta dovrebbero rappresentare la voce dei quartieri, il punto di contatto immediato con il cittadino. Infatti, l’ascolto dovrebbe essere la loro prerogativa basilare importante. Ma se l’ascolto è una fase importante delle Istituzioni pubbliche, le risposte (adeguate) sono altresì molto più importanti. Nei fatti, i Municipi, si sono trasformati nel più evidente e costoso fallimento istituzionale della storia recente della città.

Perché la missione dei Municipi ha fallito su tutta la linea? Perché sono nati con l’ambizioso obiettivo di replicare la vicinanza amministrativa degli arrondissement parigini o dei distritos madrileni, i Municipi milanesi sono naufragati sotto il peso di tre enormi peccati originali.

Primo tra tutti il buco nero dell’impotenza decisionale: se si toglie ad un ente la possibilità di spendere e decidere, si sta creando soltanto un passacarte retribuito. I Municipi non gestiscono direttamente la manutenzione delle strade, non decidono sui grandi e piccoli cantieri della mobilità, non hanno poteri vincolanti sul piano di governo del territorio (PGT), neppure la tematica della Sanità, della scuola, dell’assistenza sociale e neppure della pulizia degli spazi pubblici e non dispongono di un budget autonomo significativo. Il risultato è che il cittadino si rivolge al Municipio per la buca sotto casa o per il degrado di un parco, e il Municipio può fare una sola cosa: il passacarte! Ossia inviare una mail di proteste a Palazzo Marino, proprio come farebbe un qualsiasi Comitato di quartiere, ma con un costo per la collettività infinitamente più alto.

Inoltre, l’incapacità di ricucire la periferia: la promessa dei Municipi era quella di essere il “centro di gravità” dei quartieri periferici, garantendo presenza e risposte laddove il centro tende a dimenticare. È accaduto l’esatto contrario. Incapaci di incidere sulla sicurezza, sui servizi sociali o sulle politiche abitative, i parlamentini locali sono diventati il luogo dove si scarica la frustrazione collettiva senza generare alcuna soluzione. Svolgono un ruolo meramente consultivo, che troppo spesso viene bellamente ignorato dagli assessori centrali.

Infine, fungono da cassa di risonanza per carriere di partito, non per la comunità: la fallimentare missione dei Municipi si legge chiaramente nell’uso che la politica fa di questi organi. Non sono laboratori di idee locali, ma trampolino per candidati non eletti in Consiglio Comunale o palestre di allenamento per giovani di partito. I consigli municipali si impantanano per ore e ore su mozioni ideologiche perfettamente inutili, su piccinerie che nulla hanno a che fare con le esigenze reali ed oggettive di San Siro, Baggio o Corvetto o tutti i quartieri periferici confermando la totale disconnessione tra la politica locale e la vita reale dei quartieri.

Non c’è da stupirsi se, all’orizzonte delle prossime elezioni comunali, il grande palcoscenico taccia. Tra le file di chi aspira al ruolo di primo cittadino, nessuno sembra davvero intenzionato ad affrontare la patata bollente di un’effettiva riforma del decentramento. Si preferisce lasciare in vita questo sistema di facciata, utile soltanto a distribuire qualche indennità e a creare l’illusione che la periferia abbia voce in capitolo.

La vera sfida è smantellare il feudo urbano, la prepositura, l’insulae dell’antica Roma e votare per la Città Metropolitana. La verità è che la vera dimensione di Milano ha ormai travalicato da tempo le sue mura interne e i confini rigidi fissati dal territorio comunale.

Se davvero vogliamo restituire senso alla partecipazione politica e all’amministrazione del territorio, dovremmo fare un passo di discontinuità netta: smetterla di accanirci sull’ennesima micro-delega di facciata al Municipio di turno e pretendere, finalmente, di votare con voto diretto per la Città Metropolitana. Oggi la Città Metropolitana soffre di un vizio d’origine mortale: una governance di secondo livello, in cui il vertice è legato a doppio filo all’elezione del Sindaco del capoluogo e l’aula è votata unicamente dagli amministratori locali. Questa modalità toglie voce ai cittadini dell’hinterland così come a quelli della città consolidata, delegando le scelte strategiche dai trasporti al consumo di suolo, dallo sviluppo economico alle infrastrutture, a un ente percepito come un simulacro burocratico privo di trasparenza. Questa è la vera limitazione della Legge Del Rio del 2014 che ha istituito pallidamente e timidamente le Città Metropolitane. Ecco il terribile “errore nella sceneggiatura” che compromette tutto il resto. In un mio precedente articolo datato marzo 2026 ho avuto modo di affrontare la tematica di Città Metropolitana (https://urbancuratortat.org/conurbazione).

Milano si definisce da anni una grande metropoli europea, ma continua ad affidare la pianificazione di un’area di oltre tre milioni di abitanti a un modello elettorale senza vigore e privo di una vera investitura popolare. Permettere ai cittadini di eleggere direttamente chi governa l’intero territorio metropolitano non sarebbe solo un atto di coerenza democratica, ma l’unico modo per dare visione a uno spazio urbano che aspira ad essere unito ogni giorno mentre la politica continua ad arroccarsi nella difesa di inutili, costosi e impotenti feudi municipali. Vorrei vedere l’arrivo di un magnifico dilucolo che annuncia un nuovo giorno!

Abitare un giardino – Cooperativa d’abitazione, via San Mamete, Milano – progetto di Renato Calamida, Marco Lucchini e Fabrizio Schiaffonati