Stili e società: quando l’architettura aveva un suo significato

UCTAT Newsletter n.21 – marzo 2020

di Giovanni Merlo

C’era una volta un popolo che, ottenuta l’indipendenza da un impero cui doveva pagare tasse senza essere rappresentato in Parlamento, instaurò sui suoi 13 territori un governo autonomo ispirato agli ideali democratici della Grecia classica (Atene) e della repubblica di Roma pre-imperiale.

La capitale dell’allora neonata Nazione (ufficialmente “Stati Uniti d’America”) avrebbe identificato questi valori nelle modalità della sua fondazione. Sarebbe stata costruita ex-novo, in posizione baricentrica tra gli Stati del Nord e del Sud (diversi per economia e tradizioni), entro un proprio distretto federale: in modo da non privilegiare alcuno Stato o città a discapito degli altri, né influenzare in un modo o in un altro il tipo di sviluppo nazionale.

Il piano urbano (Pierre-Charles L’Enfant – 1791, modificato da Andrew Ellicott – 1792) era imperniato sull’organizzazione di un centro governativo sviluppato lungo un viale monumentale a parco conformato a “L”: i cui fulcri principali erano le sedi del potere legislativo (Federal House, poi “Campidoglio”) ed esecutivo (Presidential Palace, oggi “Casa Bianca”). Da questi poli, attorno al parco, si dipartiva una rete viaria principale, costituita da viali diagonali le cui intersezioni delineavano 15 piazze (rappresentanti gli allora 15 Stati dell’Unione): fuochi minori destinati a ospitare altre istituzioni a livello nazionale o servizi pubblici. Completava l’impianto viario una maglia minore, ortogonale, che delineava gran parte dei lotti edificabili. Pur compromettendo l’integrità geometrica del telaio principale, questa griglia omaggiava i principi illuministici di razionalità e uguaglianza: “democrazia” alla base della Land Ordinance (1785), prima legge U.S.A. in supporto a un progetto scientifico di colonizzazione che, dal sistema di meridiani e paralleli, derivava una suddivisione ortogonale da applicarsi tanto alle terre da distribuire alle famiglie ivi insediate, quanto ai confini degli Stati dell’Unione.

L’impianto dei grandi viali, le prospettive urbane monumentali e gli edifici pubblici come punti di fuga: l’autorevolezza, la forza, l’indipendenza, l’autodeterminazione del proprio governo. Ma anche la griglia “democratica”: l’uguaglianza, la libertà e l’iniziativa garantita dell’individuo. Tutto era simbolo, nel bene e nel male (le geometrie della rete principale disegnano riferimenti inquietanti a massoneria ed esoterismo). Tutto questo insieme nella nuova capitale.

Ovviamente gli ideali dell’antica Grecia e di Roma repubblicana ispirarono anche la scelta degli stili architettonici per i “nuovi” palazzi governativi. Era l’epoca illuministica: questi princìpi, uniti alla ricerca della sobrietà, della razionalità e della funzionalità, rivalutavano l’architettura Classica. La formazione poliedrica, figlia dell’Encyclopédie, di uno dei Padri Fondatori (Thomas Jefferson) era stata corroborata dagli studi architettonici: Palladio, Serlio, Alberti, Scamozzi, Inigo Jones e il Vitruvius di Perrault. La scelta dello stile Neoclassico riguardava tanto gli edifici governativi (Campidoglio, Casa Bianca,…) quanto i “templi del sapere” (es. Università della Virginia) e le dimore private (es. Monticello, di chiara ispirazione palladiana). E questo non solo nella capitale nazionale (Washington D.C.): negli Stati Uniti, quasi tutti gli State Capitols, un buon numero di edifici federali e statali, oltre che banche, scuole di diverso grado, università, chiese, edifici privati sono stati costruiti in stile Neoclassico! Esso, nelle sue varie declinazioni, era così ampliamente utilizzato al punto che uno dei suoi esponenti (l’architetto anglo-statunitense Benjamin H. Latrobe) ha sviluppato varianti stilistiche locali per colonna e capitello (“Ordine Americano”) in cui sostituiva le scanalature delle colonne con canne di bambù e le foglie di acanto (ricorrenti nei capitelli di ordine Corinzio e Composito) con pannocchie di granturco o foglie e fiori di tabacco.

Tuttavia negli Stati Uniti, tra la fine del XVIII° e la metà del XX° Secolo, il Neoclassico non fu l’unico stile utilizzato nella costruzione di edifici per servizi alla collettività: un po’ ovunque si assiste a una gara architettonica di bellezza che sforna edifici in Neogotico (soprattutto chiese: spinta verticale = elevazione a Dio), Neoromanico e Neobizantino (anche questi usati prioritariamente per gli edifici di culto), Neorinascimentale, Vittoriano e altri ancora. Tra l’altro, in Florida e negli Stati del Sud-Ovest, eredi di una colonizzazione iberica, il lascito di architetture dalle suggestioni spagnole ispira un revival stilistico noto come “Spanish Colonial Revival”: una sorta di continuità dettata da particolarità storico-regionali!

Dalla fine degli anni ’30 del XX° Secolo si affaccia in America il Movimento Moderno: l’architettura che ne deriva, principalmente, si manifesta con la perdita dei riferimenti stilistici di cui si era finora arricchita buona parte della produzione edile, soprattutto di rappresentanza.

Successivamente (anni ’50) anche l’architettura federale viene conquistata a questa prassi progettuale. Soprattutto nelle sue più discusse declinazioni (Decostruttivismo, Brutalismo) essa mostra distanza, quasi alienazione, dagli ideali di stampo governativo, incarnati in primis dalla dignità espressa dal Neoclassico. Non ha bellezza, non ha rapporto con il contesto architettonico né, spesso, con gli allineamenti e le morfologie edilizie plasmati precedentemente lungo le avenues di Washington D.C. o delle altre città principali. Edifici come lo Hubert H. Humphrey Building (Washington D.C., 1977) offrono in facciata angoli ciechi occupati da vani tecnici realizzati in cemento a vista, chiusi al rapporto con i marciapiedi di Independence Avenue: il tutto di fronte a Capitol Hill e al cuore del potere legislativo americano.
Non da meno, l’indagine promossa dall’American Institute of Architects (“America’s Favorite Architecture”, 2006 – 2007) conta tra i 150 edifici eletti nella lista dei più votati una prevalenza di architetture tradizionali. Né stupisce che il presidente Donald Trump abbia compilato una bozza di ordine esecutivo (“Making Federal Buildings Beautiful Again”) mirata a rivalutare, per la costruzione e la ristrutturazione di edifici federali, i sopracitati stili tradizionali (Neoclassico in primis), compresi quelli derivati da particolari contingenze storico-culturali locali!

Riferimenti:

  • Paolo Sica, Storia dell’urbanistica (1992)
  • David Watkin, Storia dell’architettura occidentale (1999)
  • Paolo Debiaggi, UCTAT Newsletter n. 20 – Ma come la stai raccontando? (2020)
Milano, Viale Omero (G.C. 2019)