Un modo di pensare l’urbanistica

UCTAT Newsletter n.49 – ottobre 2022

di Elio Bosio

Lo scorso mese di settembre ha cessato di vivere nella sua abitazione sulle colline veronesi Alessandro Tutino, uno degli ultimi protagonisti della più importante stagione dell’urbanistica italiana. Dell’attività professionale e di insegnamento universitario si può leggere sul sito dell’Istituto Nazionale di Urbanistica, assieme al regesto delle opere e degli scritti, mentre un commosso ritratto dell’uomo e dell’urbanista lo traccia Milena Morgante sul sito on line del Giornale dell’Architettura.

Quello che questa piccola riflessione si propone non è una laudazio di Sandro, amico e collega, (cosa che lui avrebbe aborrito) quanto piuttosto ricordare la sua maniera d’intendere il ruolo dell’urbanista, quale tecnico-intellettuale e, soprattutto, figura capace d’impegnative scelte politiche. Maniera che meriterebbe ancora oggi di essere meditata da chi è chiamato a praticare una disciplina che sempre più raramente si sente menzionare.

Della lunga vita di urbanista militante di Tutino, il periodo che più di tutti, a mio avviso, ne illustra la figura umana e professionale è quello che coincide con il suo periodo di presidenza dell’Istituto Nazionale di Urbanistica, ruolo ricoperto negli anni compresi tra il 1977 e il 1983. Anni, questi, in cui il governo centrale comincia a cedere pezzi di potere alle Regioni e in cui il profondo rinnovamento dell’amministrazione di tante città, conseguenza delle elezioni amministrative del 1975, fa sì che molti dei temi e degli obiettivi propugnati per anni dall’INU possono davvero farsi motore di un profondo processo di riforma dello sviluppo del Paese.

Non è un caso che a un anno dalla elezione del nuovo Presidente uno storico numero della rivista Urbanistica, il 68-69 del 1978, venga interamente dedicato ai Piani urbanistici di tre grandi città amministrate da giunte di sinistra: Genova, Milano e Venezia e che la preziosa documentazione sia accompagnata da una riflessione sulla risposte da fornire a quelle urgenze sociali non più comprimibili che vengono bene descritte da Marco Romano ed Emanuele Tortoreto in due saggi sul caso milanese del quartiere Gallaratese.

Le proposte di Tutino per combattere gli squilibri strutturali rappresentati dal problema della casa e dalla carenza di servizi sociali sul territorio non sono mai frutto di un atteggiamento velleitario, bensì scaturiscono da un costante sforzo di mediazione, intesa, questa, come sintesi di pensieri e concezioni tra loro diversi ma comunque tesi al soddisfacimento del bene comune. Ciò che egli non accettò mai furono il compromesso, l’accomodamento a ogni costo e la rinuncia a principi non derogabili. Da qui, non da quello che venne descritto con deformante semplificazione come scontro tra posizioni moderate ed estremistiche, la sua mancata conferma nel 1983 nel Consiglio direttivo dell’Istituto e, probabilmente, la mancata assegnazione di una cattedra universitaria che avrebbe indiscutibilmente meritato.

Sandro Tutino è appartenuto a quel novero di architetti come Giovanni Astengo e il coetaneo Giuseppe Campos Venuti che accettarono di rinunciare a misurarsi con il progetto di architettura (quando Tutino lo fa è per costruire case popolari e scuole e asili, quasi un imprescindibile impegno a concludere quanto avviato con il piano urbanistico) per meglio lavorare su un un impianto di formulazioni scientifiche e di strumenti tecnici necessari a combattere con armi adeguate la battaglia contro gli storici mali delle città: rendita fondiaria, speculazione, corruzione. Questa scelta, tuttavia, non impedisce a Tutino di cogliere la natura complessa di un progetto urbanistico che non accetta confini di scala. Per tale ragione gli riesce naturale passare dal progetto dello Schema Turbina per l’area metropolitana milanese redatto con Giancarlo D Carlo e Silvano Tintori al piano particolareggiato del 1980 per il centro storico del comune di Melzo che lo vede collaborare con Cesare Macchi Cassia e Marco Porta.

Melzo, paese di cintura metropolitana che, come scrive Alessandro Terranova sulla rivista Urbanistica, è “tutt’altro da quello che la nostra Cultura aulica ha considerato fino a poco tempo fa nel novero dei centri storici, delle città d’arte, delle cento città d’Italia“,diventa occasione (pretesto?) per dimostrare come l’urbanistica non si misura in metri cubi ma nelle proposte formulate per migliorare la qualità della vita nelle città, agendo sulle strutture economiche e operando con accuratezza e passione su quegli aspetti formali (gli allineamenti edilizi, i colori degli edifici, i particolari costruttivi, gli abachi dei serramenti) che possono accrescere il senso di appartenenza degli abitanti verso un luogo. Quello per il centro di Melzo è un progetto che non necessita di grandi investimenti, ma soltanto di attenzione e condivisione da parte di coloro cui si rivolge. Tutino urbanista puro e politicamente schierato, che vive il lavoro condotto in collaborazione con altri colleghi non come mortificazione dell’ego ma come condizione di privilegio, in questa occasione, afferma Terranova, “anziché cimentarsi da solo in un mestiere diversamente specifico …..o anziché disconoscere la diversa specificità disciplinare, ha ricercato una collaborazione architettonica“. Non per il piacere dell’esercizio calligrafico, ma per testare il limite della disciplina e la sua conseguente efficacia sui processi di trasformazione urbana. Processi che, per essere condivisi, non possono prescindere da una reale partecipazione alle scelte. La partecipazione: un refrain ripreso in ogni programma politico, un esordio obbligatorio i piani urbanistici, una promessa quasi mai mantenuta. Di quanto fosse difficile e faticoso promuovere momenti di effettiva partecipazione era ben consapevole l’estremista Tutino, consapevole che non potesse essere esclusivamente consegnata agli organismi elettivi e neppure a estemporanei riti assembleari ma che dovesse trovare espressione in modalità più articolate che necessitavano di un concreto e costante impegno da parte dei cittadini. Un impegno, quello della partecipazione vissuta come elemento consustanziale del mestiere di urbanista, di cui Sandro Tutino sentiva tutta la responsabilità. Valga a dimostrazione – e come chiusura di questo piccolo ricordo – quanto da lui raccontato della sua esperienza di progettista del Piano regolatore generale di Concordia Sagittaria: “Si trattava di capire, noi incaricati di preparare il terreno al P.R.G., il senso e il contenuto del rapporto di fiducia consolidatosi tra cittadini e amministratori …….Il rischio di turbare questo rapporto con l’immissione di una componente inusitata come quella tecnico-scientifica, disciplinare, accademica, era dietro l’angolo. Senza rinunciare per nulla al nostro apporto specifico, dovevamo misurare il come di questo apporto, e dunque conoscere nel miglior modo possibile i nostri interlocutori e il modo di costituzione del loro rapporto con i problemi quotidiani della trasformazione, con la loro interpretazione dei fenomeni e il loro modo di governarli”.

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